Yolo

Che il volume dell’ottima Clarissa Tornese spicchi rispetto a tanti altri lo si evince sin dalla copertina: il gelato appetitoso ma tristemente ed irrimediabilmente rovesciato, come a dire che – nonostante le ottime premesse – quel che può andrà storto (l’autrice sembra quasi voler reificare, nella grafica di copertina come nel romanzo, i paradossi della Legge di Murphy…).

In effetti, Vicky, la protagonista, ha tutte le carte in regola per potersi dire soddisfatta della propria vita: un ragazzo che la adora e con cui convive da anni in una casa di proprietà, un gatto che le fa le fusa nei momenti di relax, un lavoro presso lo studio legale di famiglia; pure, alla soglia dei trent’anni, entra in una crisi profonda ed apparentemente inspiegabile, che la rende perennemente insoddisfatta, sfuggente e scontrosa col suo convivente, e dipendente di fatto dall’alcool.

In un attimo, la ragazza di “buona famiglia” e senza preoccupazioni degne di nota, assume sembianze inquietanti di relitto umano: perennemente ubriaca, senza uno straccio di lavoro perché troppo inaffidabile persino per il padre, pronta a mentire a chi più ama (e da chi è più amata), con un ragazzo che si vede costretto, suo malgrado, a lasciarla.

Vicky è caduta in un buco nero, la luce pare ormai irraggiungibile, e non le resta che seguire (in modo sofferto e incostante, certo…) il consiglio-minaccia della sua migliore amica, Valeria: sottoporsi a terapia in una clinica psichiatrica poco distante da casa, ove incontra un’altra paziente, Eleonora, fonte inesauribile di guai…

Proprio le peripezie inenarrabili vissute con quest’ultima rendono la protagonista progressivamente consapevole di quel che un giorno le disse un uomo, un marinaio dagli occhi luminosi e sereni, misteriosamente sopravvissuto ad un male incurabile: «La felicità è effimera, è come una stella cadente (…) che dura un momento, il tempo di un battito di ciglia. La tranquillità, invece, se riuscite a farne uno stile di vita, diverrà anche il vostro stato d’animo. A quel punto durerà per tanto tempo, e dato che viviamo una sola volta tanto vale farlo per bene.»

Quel marinaio la lezione l’aveva appresa sulla propria pelle, e chiamò la sua barca YOLO (You Only Live Once): un monito a godere delle cose semplici della vita, che è una, e che proprio dalle cose semplici trae significato. Nulla a che vedere, dunque, con la “vita spericolata” tanto di moda oggi, quanto piuttosto la ricerca di un equilibrio interiore che di per sé consenta di nutrirsi della linfa più autentica dell’esistenza: la serenità.

Yolo (il titolo pone il focus sul messaggio sotteso all’intero romanzo) è un libro che si legge d’un fiato, piacevolissimo, sempre comico e talora paradossale, sostenuto magistralmente da una prosa accattivante, veloce, intellegibile e moderna: consigliatissimo a tutte le età!