Corpi

“Corpi” di Antonio Giugliano è un volume agile e magnetico, che si lascia leggere d’un fiato dalla prima all’ultima pagina: uno di quei libri in grado di resistere e di vincere le mille distrazioni tecnologiche del nostro quotidiano.
Una selva di narrazioni ruvide, sporche, amorali – persino antimorali – in grado di mettere a nudo le bassezze più crude, inconfessabili e “vergognose” dell’animo umano: maschi i protagonisti, quasi tutti immancabilmente perdenti e “perduti”, segnati da storie negative, deludenti, avvilenti, indotti quindi ad oscillare fra il disincanto e la crudeltà.
Sono, quelle di Giugliano, sequenze che pongono l’accento su specifici fotogrammi di certe esistenze, sottintendendone gli altri, precedenti e successivi, lasciati per lo più all’immaginazione del lettore: atti consumati lungo i marciapiedi, fra le mura di case avvelenate da malumori covati ed esplosi, nella provincia grigia ed anonima o sotto cieli esotici ed erotici.
Un volume sull’amore fisico, carnale, pornografico, talora malato e perverso, ma, a ben vedere, soprattutto sulla società coeva, capace di ingenerare frustrazioni e “mostri” maledettamente “comuni”; e uomini “marginali” allo sbando, incapaci di trovare sfogo alle proprie velleità e frustrazioni al di fuori della violenza nella vita e sulle donne, carnefici e vittime al contempo.

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Allison Carter: Il caso Bright

La scrittura di Claudia Crocioni ne “Allison Carter: Il caso Bright” è tagliente, travolgente, appassionante, e – cosa davvero rara – in grado di tenere il medesimo ritmo – asciutto, serrato, caustico – lungo l’intero corso della narrazione.

Un’autrice talentuosa per un romanzo poderoso e veloce al tempo stesso; un giallo/poliziesco impreziosito da venature di rosa profonde ed intense, pur mai melense: è lo stile degli autori “da ombrellone”, quelli dei tascabili da milioni di copie, di coloro che, grazie all’uso disinvolto e moderno del lessico e della sintassi ed a trame vitali, ipnotizzano anche i lettori occasionali.

Nella cittadina di Bluehill, Allison Carter è una detective completamente dedita al proprio lavoro, dopo un tragico aborto e il fallimento del matrimonio con Ben; a farle da braccio destro, il fedele Steven Cowell, con il quale fa coppia fissa ed argina le avances e l’immobilismo professionale del tenente Clayton Sullivan, diretto superiore.

La vita della protagonista procede relativamente tranquilla sin quando non si intreccia – apparentemente in maniera fortuita – con quella di Aaron Fisher, uomo dal passato controverso e dal presente affascinante, la cui storia è legata a filo doppio al Naticode, night club ritrovo della mala locale: la donna ne sarà letteralmente ammaliata.

Tra una micidiale droga – la bright, che dà il titolo al romanzo –  in grado di indurre lo stato vegetativo, una serie di omicidi tentati e riusciti, comparse equivoche (si pensi a Keasy, la conturbante escort del Naticode) la vicenda evolve verso un finale sorprendente, con propaggini in Tibet (e relative digressioni piacevolissime sui principi del buddismo) e nella provincia italiana.

L’uso del flashback e della narrazione in prima persona (di volta in volta il racconto si modella attraverso gli occhi dei personaggi principali) conferisce freschezza e visione soggettiva alla narrazione, pur senza perdere il quadro d’insieme; non è azzardato dire che lo scritto di Claudia Crocioni evoca le pagine ben più note e celebrate di due maestri della narrativa avventurosa contemporanea: Clive Cussler e Wilbur Smith.

Come, dunque, fare a meno di siffatta lettura?

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La guerra dei topi e delle rane

“La guerra dei topi e delle rane” è un libello di lettura gradevolissima e scorrevole, pur nella semplicità della trama: la migliore testimonianza che si può fare narrativa di qualità senza scomodare intrighi insolubili o cosmogonie di altri mondi.

Remo, giallista con alle spalle un libro di discreto successo, sembra dover rinunciare all’ambizione di continuare il proprio percorso professionale, ripiegando su un lavoro come pubblicista in un quotidiano di provincia, o, nell’ipotesi peggiore, su un posto nell’azienda del padre di Alice, la fidanzata, della quale si scopre peraltro via via meno innamorato.

Magistrale la descrizione del microcosmo redazionale, laddove interagiscono e confliggono, fra gli altri: il redattore capo e il suo vice; Leo, collega ed unico amico del protagonista; infine, la bella Vittoria Serafini, il sogno erotico dell’intero staff de “Litorale Letture”.

A completare il quadro, una locatrice psicologicamente labile a seguito di un tragico passato, una stanza segreta da cui provengono strani rumori, ma soprattutto un file – Batracomiomachia (da cui il titolo del romanzo) – che compare misteriosamente sul computer di lavoro di Remo, e che sembra delineare una svolta al momento inimmaginabile nella vita del protagonista.

Un esordio più che convincente per Renato Esposito, e un insight narrativo che induce a  confidare in un sequel ancor migliore.

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