Allison Carter: Il caso Bright

La scrittura di Claudia Crocioni ne “Allison Carter: Il caso Bright” è tagliente, travolgente, appassionante, e – cosa davvero rara – in grado di tenere il medesimo ritmo – asciutto, serrato, caustico – lungo l’intero corso della narrazione.

Un’autrice talentuosa per un romanzo poderoso e veloce al tempo stesso; un giallo/poliziesco impreziosito da venature di rosa profonde ed intense, pur mai melense: è lo stile degli autori “da ombrellone”, quelli dei tascabili da milioni di copie, di coloro che, grazie all’uso disinvolto e moderno del lessico e della sintassi ed a trame vitali, ipnotizzano anche i lettori occasionali.

Nella cittadina di Bluehill, Allison Carter è una detective completamente dedita al proprio lavoro, dopo un tragico aborto e il fallimento del matrimonio con Ben; a farle da braccio destro, il fedele Steven Cowell, con il quale fa coppia fissa ed argina le avances e l’immobilismo professionale del tenente Clayton Sullivan, diretto superiore.

La vita della protagonista procede relativamente tranquilla sin quando non si intreccia – apparentemente in maniera fortuita – con quella di Aaron Fisher, uomo dal passato controverso e dal presente affascinante, la cui storia è legata a filo doppio al Naticode, night club ritrovo della mala locale: la donna ne sarà letteralmente ammaliata.

Tra una micidiale droga – la bright, che dà il titolo al romanzo –  in grado di indurre lo stato vegetativo, una serie di omicidi tentati e riusciti, comparse equivoche (si pensi a Keasy, la conturbante escort del Naticode) la vicenda evolve verso un finale sorprendente, con propaggini in Tibet (e relative digressioni piacevolissime sui principi del buddismo) e nella provincia italiana.

L’uso del flashback e della narrazione in prima persona (di volta in volta il racconto si modella attraverso gli occhi dei personaggi principali) conferisce freschezza e visione soggettiva alla narrazione, pur senza perdere il quadro d’insieme; non è azzardato dire che lo scritto di Claudia Crocioni evoca le pagine ben più note e celebrate di due maestri della narrativa avventurosa contemporanea: Clive Cussler e Wilbur Smith.

Come, dunque, fare a meno di siffatta lettura?

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Come Jennifer Lopez, ma al contrario

Si lascia leggere voracemente il romanzo di Giovanni Fossati dal titolo originale: ” Come Jennifer Lopez, ma al contrario.”

Michele è un divorce planner (e da qui si può intuire l’originalità dello scritto) che lavora in un’agenzia tutta sua: “La ricomincio da me” messa su con anni di sacrifici e grazie ad un piccolo intervento in uno show televisivo della tanto discussa Barbara D’Urso. Michele ha come compito quello di indurre al divorzio persone facoltose per garantire una proficua “liquidazione” alla restante parte, lesa (?). Il protagonista è l’emblema dell’uomo concentrato sul lavoro, decisamente superficiale, con ampia disponibilità economica, che non ha veri e proprio interessi, un uomo che vive la sua vita frenetica tra lavoro, aperitivi, cene e pollastrelle beccate qui e lì.

L’autore, che ravvisiamo avere un’ottima capacità letteraria, stende un romanzo dai toni leggeri, attuali e dal gergo giovanile e trendy. Lo definiremo, quindi, un romanzo cool. Nel suo raccontare le avventure del protagonista Michele, riusciamo a conoscere la Milano del tempo che corre troppo in fretta, dove non esistono pause più lunghe di 10 minuti, in cui il lavoro ha un margine di importanza al di sopra della vita stessa.

La Milano, insomma, che i comici sempre ci  raccontano con: “Non ho tempo, scusa.”

Ma Michele, da sempre uomo superficiale, incontrerà poi il suo esatto opposto che, per fortuna, gli mostrerà tutto ciò che davvero vale la pena vivere, iniziandolo nella bellezza delle piccole cose.

La giovane studentessa Lizzie, lo accompagnerà in un lenta “disintossicazione”. Lui, che di donne ne aveva avute tante e dei più svariati generi, ora non riesce a fare a meno di una persona che potrebbe essere la sua esatta nemesi. Troppo attenta alle piccole cose, non affascinante come le tante altre avute e non amate, ma la più desiderata di sempre.

Un romanzo che scorre veloce, che cattura il lettore per la leggerezza della sua trama, con una scrittura affascinante e caparbia.  Nonostante una trama prevalentemente semplice, il libro non ha modo di annoiare il lettore, che divertito e incuriosito si trova catapultato in questo vortice di superficialità.

Il finale,abbastanza aperto, fa sperare in un sequel.

 

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Rhapsody

Rhapsody è il secondo volume della trilogia dei romanzi di Cristiano Pedrini, che vede come protagonisti, il nobile e giovane Julian ed il suo, ormai, fedele segretario, ma non solo, Ray.

In questo capitolo sembra esserci stata una crescita da parte dell’autore che ha imbastito al meglio una trama che nel primo volume sembrava essere un po’ spigolosa.

Difatti gli intrighi, forse solo un po’ accennati nel primo volume, diventano via via più interessanti e coinvolgenti, rendendo Rhapsody un libro che racchiude al suo interno sia il genere romanzesco che quello thriller-giallo.  In Opportunity tutto questo era rimasto un po’ in sordina, dando più margine di visibilità alla storia d’amore tra i due ragazzi e al loro viaggio introspettivo alla piena scoperta della propria omosessualità. Julian vuole a tutti i costi scoprire la verità sul suo passato, e quella dei suoi precedenti rapimenti. Accompagnato da più personaggi, che nonostante un ruolo non principale, risultano essere sempre ben caratterizzati ed empatici.

Non c’è bisogno di dar troppo spazio all’immaginazione, l’autore ben scrive e descrive anche le scene d’amore tra i due amanti, sempre più innamorati e legati da una vita che non sempre sembra essere stata clemente per entrambi.

Un secondo capitolo che non delude ma che al contrario riesce ancor di più ad accendere la curiosità nei lettori.

 

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