Io, te e la dislessia

Mariarosaria Conte sceglie la forma del romanzo per raccontarci la storia struggente di una famiglia che all’improvviso si ritrova ad affrontare un percorso di crescita e di cambiamenti repentini per riuscire a superare le difficoltà – e la cruda realtà di esse – causate da una problematica che ancora oggi, ingiustamente, spinge le persone al pregiudizio del “diverso”.

Veronica, coprotagonista di questo libro – insieme a tutta la sua famiglia – fin dalla tenera età si dimostra una bambina sveglia, acuta, capace di fare cose che altri bambini suoi coetanei ancora non sono in grado di fare, è una bambina sensibile, intuitiva e attenta osservatrice di ciò che la circonda e ben presto si troverà ad affrontare, suo malgrado, l’ostacolo più grande della sua vita che l’accompagnerà per tutta la durata della sua avventura scolastica : la dislessia.

La bambina si rende ben conto di questa sua condizione, nonostante non riesca a capirne subito la causa, studia ogni sorta di tecnica per mascherare la sua sofferenza e le sue inquietudini, subendo critiche e continue vessazioni sia dalle compagne di scuola sia dalle sue maestre, che mal la giudicano pigra e svogliata e stupida, non rendendosi conto del disagio – sia fisico che psicologico – che lei sta sopportando.

Il suo isolamento spingerà inesorabilmente i suoi genitori, Daniela e Antonio, in una spirale di sentimenti contrastanti, accompagnati anche loro da dubbi e ansie giornaliere, costretti a organizzare la loro vita fra lavoro, visite specialistiche per Veronica e gli altri due figli.

Sarà proprio grazie all’amore che li lega, pur sentendosi inadeguati e incapaci di trovare una soluzione per aiutare la loro amata figlia, che sapranno trovare la forza di rimanere uniti e dare tutto il supporto necessario a Veronica affinché possa trovare il luogo adatto ad un apprendimento più agevole e sereno per lei, lontano dalla paura di essere considerata una bambina stupida e incapace di trovare la via giusta da seguire per crescere senza sentirsi diversa, data la sua condizione.

L’autrice non si limita a lasciare un “vademecum” di come comportarsi per aiutare un bambino dislessico: attraverso le vicende di Veronica e della sua famiglia vuole permettere ai lettori di vivere in prima persona le esperienze che queste persone stanno vivendo e sopratutto vuole lasciarci un messaggio che abbatte il concetto stesso di pregiudizio: un bambino dislessico è un bambino come tutti gli altri, ha solo bisogno di un maggiore supporto dalla propria famiglia e dalle persone che gli sono intorno per imparare e apprendere, sopratutto dalle maestre che sono considerate vere e proprie “maestre di vita” che guidano i piccoli che si accingono a muovere i primi passi nel mondo al di fuori della sicurezza del nido familiare.

Spicca la figura del fratellino di Veronica, Valerio, che per primo si accorge delle difficoltà della sorella maggiore e decide di aiutarla in tutto quello che fa, passando con lei la maggior parte del tempo, e sarà il punto di riferimento che permetterà a Veronica di sentirsi meno isolata e non stupida e svogliata come le “maestre cattive” e le sue compagne di scuola vogliono farle credere.

Allo stesso modo non mancano le “maestre buone”, Amalia e Rosa, che riusciranno a far risaltare le qualità della bambina, aiutandola ad avere più fiducia in se stessa, affezionandosi a lei e guidandola passo passo nei primi anni di scuola.

“Io, te e la dislessia” è un libro ricco di sentimenti, si riescono a cogliere fra le righe di questo racconto – narrato in terza persona dalla madre – le sofferenze, le ansie e le gioie delle conquiste ottenute, ci lascia col fiato sospeso per il continuo mutamento della situazione di questa famiglia che rispecchia l’immagine di tante altre che ancora oggi affrontano un problema che solo di recente è stato oggetto di norme e di leggi che potessero finalmente offrire un’assistenza adeguata a coloro che ne avevano più bisogno.

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Radici di infanzia, ali di vita

C’è una generazione, quella cresciuta a cavallo degli anni ’80 -‘ 90, che può vantarsi di aver accumulato un bagaglio di esperienze tali da determinarne perfino la personalità nell’età adulta. L’autrice Mirca Ferri descrive un’infanzia spensierata, la sua e del suo gruppo di amici, di un’intensità e di una bellezza al giorno d’oggi rari, trascorrendo gran parte della propria vita nell’allevamento di famiglia, tra animali e verdeggianti colline, tra passeggiate, marachelle, misteri ed imprese coraggiose.
Profonde sono le sue radici in un mondo rustico, ma ricco di valori, come il legame con la natura e l’unità familiare.
Molto appassionato è il sentimento, a tratti molto delicato, con cui descrive quegli anni, e di come continua a trarne insegnamento nonostante viva ormai una vita diversa.
Il tutto, accompagnato da una prosa impeccabile, altamente evocativa e mai prolissa, rende il romanzo un piacevolissimo amarcord, da gustare fino all’ultima pagina.

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Erano Knochensturme

Capita raramente di leggere libri che tengano incollati dalla prima all’ultima pagina, pur se trattasi di opere voluminose, per di più a carattere storico: Emilia Anzanello, nel suo Erano Knochensturme, riesce a catalizzare l’attenzione del lettore riga dopo riga, grazie ad una prosa leggera e mai ridondante, in grado di vivificare un intreccio variegato e a dir poco appassionante, alla luce di conoscenze storiche sì puntuali da apparire persino puntigliose.

Il romanzo è ambientato nell’arco temporale che va dall’estate del 1943 ai primissimi anni ’50 del ‘900, e consente al lettore di gustare le vicende dei protagonisti travolti da una Storia più grande di loro: Wilhelm Tanne (tenente del corpo scelto delle SS, elitario rispetto alla Whermacht, l’esercito tedesco) e MariaAnna Mayr, maestra trevigiana di padre austriaco, consolidano il loro rapporto proprio nei giorni in cui l’Italia è devastata dalle infauste conseguenze legate alla caduta del Fascismo ed al caos che ne deriva.

Wilhelm fa parte della 3a PanzerDivision Totenkopf, soprannominata «Knochensturme» («tempesta di ossa», oppure «tempesta di scheletri»): trattasi di SS mandate sovente in prima linea (una sorta di “arditi” teutonici), per tentare di ribaltare battaglie dagli esiti apparentemente disperati, ben sapendo che i Totankopf, anche a costo di innumerevoli perdite, non indietreggiano mai, compiendo atti di vero e proprio, disperato e totale eroismo.

Quando scoppia l’amore passionale (che in breve dispiegherà anche tutta la potenza del sentimento, in un indissolubile connubio fra sesso e affettività) fra il tenebroso tenente SS e la bella maestra italiana, entrambi sono costretti a fare i conti con le incognite, le difficoltà, le ambiguità del periodo: purtuttavia, l’uno sceglie di legare indissolubilmente la propria esistenza all’altro, a qualsiasi prezzo, in spregio, consapevole e volitivo, delle conseguenze.

Wilhelm, nel cui passato c’è una macchia indegna di un uomo prima che di un soldato, resta fedele all’idea nazionalsocialista ed al suo Führer sino all’ultimo, e MariaAnna sposa convintamente la causa di lui, perché amore onore e lealtà non sono mercanteggiabili, e sovrastano ogni convenienza, reticenza o debolezza personale; così come rendono sopportabili i patimenti, gli scontri familiari, l’esito ormai disperato (e disperante) della guerra del Reich, gli stenti e le vessazioni della prigionia, le discriminazioni e le persecuzioni in tempo di pace.

Emilia Anzanello – oltre a scrivere in maniera davvero incantevole anche in presenza di argomenti scottanti e controversi – ha, su tutti, l’indubbio merito di “togliere il velo” a tanta parte di una storia “scomoda”, che vede gran parte degli Alleati comportarsi – a guerra conclusa – proprio nel modo esecrabile imputato (giustamente) alla Germania nazista.

Tanto che, terminata la lettura, viene spontaneo chiedersi (ed è forse questa la motivazione più profonda della scrittrice), ed è come un tarlo che tormenta l’animo del lettore: quanta parte dei crimini perpetrati dai vincitori a scapito dei vinti, ancor oggi, è concesso conoscere?

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