Intervista a Claudia Mattioli

Abbiamo letto e recensito il suo primo romanzo, “Europrogettamore”, ed abbiamo posto alcune domande alla scrittrice Claudia Mattioli.

  • Dove nasce l’idea di scrivere un libro?

L’idea di scrivere è nata un po’ per gioco, un po’ per scommessa… mi sono trovata di fronte al pc e ho iniziato. La storia è venuta fuori da sola, avevo voglia di raccontare un sogno e alla fine mi sono accorta che “somigliava” ad un romanzo. mi sono detta: “ormai esiste, perché non provarci?” Era uscito fuori qualcosa di simpatico, di bello (almeno per me) e mi sono buttata, ho cominciato a cercare una casa editrice. Alla fine il mio lavoro è stato ripagato!

  • Con la protagonista condividi solo il fatto di svolgere lo stesso lavoro, o avete altri tratti in comune?

Vicky c’est moi. Non posso negarlo… non ci accomuna solo il lavoro, ma anche la stessa voglia di vivere, lo stesso modo di incasinarci la vita, il disordine, il fatto di essere la tipica ragazza della porta accanto, semplici e profonde al tempo stesso.

  •  Sei mai partita in erasmus?

Sì, sono stata a Bruxelles… sarà un caso?

Da precisare, però, che il mio avvocato non aveva niente a che fare con Marco (ahimè!)

  • Hai mai avuto ripensamenti dopo la pubblicazione?

Ripensamenti?! Assolutamente no! Anzi, mi ha portato solo grandissime soddisfazioni.

  • Come mai hai scelto proprio questa casa editrice?Sei stata indirizzata da qualcuno?

Per quanto riguarda la casa editrice, diciamo che sono stata fortunata. Ho cercato un po’ su internet, volevo una CE che non pubblicasse a pagamento, ho mandato il romanzo a diversi indirizzi e alla fine mi ha risposto Ed. Leucotea, dicendo che era interessata a pubblicarmi. Mi tremavano le mani mentre leggevo la loro mail di risposta.

  • La storia d’amore tra i personaggi è molto “normale”, senza quella esagerazioni tipiche di questo genere: ti sei ispirata a personaggi reali?

Tutti i personaggi del romanzo sono in parte ripresi dalla vita reale, spesso esasperati, alcune volte in maniera caricaturale. La storia d’amore è volutamente normale, in fondo non ha senso descrivere qualcosa di impossibile, i sogni, per come la vedo io, devono in qualche modo essere tangibili, vicini a chi legge, altrimenti sono destinati a rimanere chimere. Ogni ragazza può identificarsi con la protagonista, quindi tutte possiamo sperare di voltare l’angolo e imbatterci nel nostro “principe azzurro”.

  • Il finale è lasciato un po’ in sospeso. Ci sarà un sequel, oppure hai lasciato al lettore di scegliere per Vicky?

Il sequel è già in cantiere (e così rispondo anche all’ultima domanda). In realtà non ci avevo pensato subito, ma tutti quelli che hanno letto la storia mi hanno praticamente obbligata/spronata a riprendere la penna per far parlare la mia eroina. Come faccio a non accontentarli?

  • Ti piacerebbe se ci facessero un film?

Per finire, un film mi piacerebbe. Posso solo rispondere con un bel MAGARI a caratteri cubitali e con sguardo sognante…

  • Hai in cantiere altri progetti?

A quanto pare si, ci sarà un altro capitolo della vita della nostra amata Vicky ad attendere di essere letto prossimamente.

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Intervista ad Alex Briatico

Dopo aver recensito il suo libro, abbiamo intervistato l’autore della raccolta di racconti:

“Della Morte, Dell’amore ( e una confessione), Alex Briatico.

  •  Alex, perché l’idea di più racconti brevi e non di un’ unica storia?

In realtà più che di una scelta, si tratta di una predisposizione. Riesco a concentrarmi meglio su lavori più brevi; infatti, in racconti più lunghi, mi sembra quasi di perdere il filo della morale che vorrei dare.

Mi piace proprio l’idea del racconto breve, anche perché è pungente, e giunge subito al punto.

 

  •  Nella tua biografia affermi che “Si inizia a scrivere per tristezza, chi non lo ha fatto e non mette i propri sentimenti fra le parole non è uno scrittore”. Ti definisci uno scrittore di “cuore”, di “sentimento”?

Si, senza dubbio. Infatti, in molti racconti più dei fatti, cerco di raccontare le emozioni. Come se i fatti andassero in secondo piano rispetto ai sentimenti che hanno generato.

Quindi si, sono decisamente uno scrittore di cuore e di sentimento.

  • Nella presentazione del libro racconti di averlo pubblicato per rendere omaggio ad un regalo che ti è stato fatto. Pensi di aver fatto un buon uso del quaderno regalatoti da Theo?

Spero di si, onestamente! Spero di aver ricambiato il gesto, e soprattutto di aver ripagato la sua fiducia, cosa fondamentale per me.

  • La descrizione del colpo di fulmine del racconto “Piacere, Claire” è molto intensa: immaginazione, o perle di vita reale?

Pura immaginazione. Il racconto è ambientato in un luogo reale, ma tutto quello che accade è immaginato.

A quel tempo non avevo vissuto e provato niente del genere; andavo più ad immaginazione, oppure, a dirla tutta, a speranza.

  •  C’è un racconto all’interno della raccolta a cui sei più legato?

Il racconto a cui sono più legato è quello che ho scritto per ultimo, in cui si nota anche una differenza nello stile, ed è “Ciao Amore”.

Può sembrare strano, ma non l’ho scritto in un momento in cui ero triste. Si potrebbe pensare che un racconto del genere sia stato scritto in un momento di abbandono, di tristezza. Invece no, era un momento abbastanza buono della mia vita, però ho immaginato un cambio improvviso di rotta. E l’intento era quello di spiazzare il lettore nel giro di poche parole.

  • Perché dare un volto e timori umani alla Morte nel racconto “Animae”?

Non tanto un volto umano quanto differente, che la vittima non riconosce, perché appunto il protagonista non sa chi la vittima veda. Può capirlo nel momento dell’ incontro con la sua vittima, nell’offerta di un’ immagine pre – morte che solo chi è coinvolto può comprendere.

Non dimentichiamo che la Morte non è un’ entità, bensì il passaggio del testimone tra persone predestinate a questo scopo.

  •  Hai altre passioni oltre alla scrittura?

Si, anche abbastanza lontane dalla scrittura. Una delle mie passioni è la ricerca nell’ambito speleo archeologico a cui partecipo grazie all’organizzazione UNEX Project ( UNderground EXploration Project ).

  • Progetti in cantiere?

In realtà più di uno. Sto portando avanti un progetto, parallelo ai racconti. Si tratta di una specie di laboratorio personale di scrittura, in cui alcuni racconti pubblicati sono stati migliorati grazie anche ai commenti che ricevevo.

Ho pubblicato anche un “libretto”, intitoloato “Proxima. Libro primo. Nascita”, in versione elettronica e scaricabile gratuitamente.

Sempre sul filone dei racconti più o meno brevi, sto continuando una raccolta un pò più matura e pensata rispetto a “Della Morte, Dell’Amore”, che sarebbe “I racconti delle Muse”. Il concetto di base si trova già nel titolo dell’opera, in cui, ogni racconto viene ispirato da un qualcosa, che sarà anticipato già nella trama del racconto.

C’è anche un’ altra raccolta di racconti, sul genere fantascientifico. Ho già buttato giù qualche pagina, l’ idea è legata ad una storia che ho sempre avuto in mente e che volevo sviluppare in romanzo, i racconti servono un pò a preparare il terreno, presentando lo scenario con tante immagini diverse.

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Intervista a Maria Lidia Petrulli

A seguito della nostra recensione, abbiamo intervistato l’autrice del libro “Emilie Sanslieu”, Maria Lidia Petrulli.

Cara Maria Lidia, come nasce l’idea di un racconto per bambini?

  • R: Non ti so spiegare come sia effettivamente nata l’idea di scrivere Emilie Sanslieu. Ho cominciato a pensare al mondo dei più piccoli e degli adolescenti e a come potevo far passare dei messaggi che ritengo importanti e, a volte, mancanti, nel tipo di educazione o intrattenimento che i bambini ricevono. Sappiamo quanto sia comune che oggi bambini e adolescenti restino soli, davanti alla televisione oppure a un pc. Quanto minore sia, rispetto ai tempi passati, la possibilità di giocare e avere scambi con i propri coetanei. E con gli stessi adulti. La direzione presa dalla società attuale li porta a vivere una solitudine sempre maggiore, per cui tanti messaggi come la solidarietà, l’amicizia, la collaborazione, non passano, oppure sono troppo blandi perché siano recepiti dalla mentalità di un bambino o di un adolescente. Inoltre, credo che un ruolo importante lo abbia giocato la mia infanzia, trascorsa a immaginare avventure fra le stelle con ipotetici amici, ed è dai miei ricordi che, progressivamente, il mondo di Emilie Sanslieu ha cominciato a prendere forma. Poi si sa, quando inizi a scrivere, i personaggi ti portano dove non avevi immaginato di andare.

 

A tratti, il tuo romanzo sembra una favola. Ti sei ispirata a qualche lettura in particolare?

  • R: Se per favola intendi la magia, io credo che esista davvero. Una magia che fa parte del nostro essere e che viene rinnegata perché considerata pura illusione, utopia, qualcosa su cui non si debba sprecare il proprio tempo. Si deve scrivere di situazioni cosiddette reali oppure sono considerate sciocchezze, dimenticando che il mito e la fiaba sono stati le prime forme di letteratura dell’umanità, e che fanno parte del linguaggio onirico, quello de i sogni, che nessuno, neppure il materialista più incallito, può rinnegare. Durante la prima presentazione di Emilie Sanslieu, lo scorso 9 novembre 2014, alla fiera della micro editoria di Chiari, una mamma ammise di essere preoccupata per la propria figlioletta, una bambina di circa dieci anni, perché le maestre le dicevano che aveva troppa fantasia e non abbastanza i piedi per terra: la fantasia, per definizione, è uno degli strumenti dell’intelligenza e del problem solving. Comunque, per tornare alla tua domanda, non credo di essermi ispirata a una storia in particolare, piuttosto a tante letture, poiché sono sempre stata, da bambina come oggi, un’accanita lettrice. Non importa il genere, purché il testo sia buono. Mi sono sicuramente ispirata, però, alle mie fantasie infantili, quando viaggiavo per le strade del mio personale universo.

 

Cosa si prova a raccontare la vita di una bambina di undici anni come Emilie?

  • R: All’inizio ho incontrato qualche difficoltà, soprattutto a causa del linguaggio da usare, che doveva essere molto diverso da quello impiegato negli altri romanzi che avevo già pubblicato e che erano rivolti a un pubblico adulto. Poi, a mano a mano che la storia e i personaggi prendevano vita, ho cominciato a divertirmi, a calarmi nei panni di una bambina di 11 anni e a indovinarne fantasie e desideri: in fondo non è tanto difficile, è sufficiente non dimenticare che siamo stati bambini anche noi.

 

La dolcezza del tuo racconto è particolare: credi sia possibile, attraverso questa lettura, offrire una sorta di umanizzazione a chi la legge?

  • R: È esattamente quel che intendevo fare quando ho scritto il romanzo. Dare valori, presentare le cose come potrebbero essere, non solo nella fantasia. L’umanizzazione passa attraverso concetti come l’amore e l’amicizia, attraverso la comprensione che, il mondo degli adulti e quello dei più giovani, non devono essere necessariamente in contrapposizione, ma che possono fondersi e collaborare, ciascuno con il proprio ruolo. Ecco perché anche gli adulti hanno una parte essenziale nella storia, in questa come nei romanzi a venire, dato che ho quasi finito di scrivere il secondo volume: Emilie Sanslieu Nella Costellazione del Drago. Credo che lo scopo della letteratura sia questo, umanizzare, aprire porte e finestre, fornire nuovi punti di vista. Si può fare col gioco, la fantasia, o con tanti altri strumenti, naturalmente secondo l’età del lettore.

 

E’ possibile credere ancora alla magia delle favole?

  • R: La favola è una realtà camuffata, è universale, come il linguaggio del sogno, parla direttamente all’inconscio e permette facilmente al lettore di identificarsi con i personaggi. La sua magia è la nostra, la scoperta di quanto possiamo creare e cambiare se solo crediamo di poterlo fare. È questa la nostra magia, se non ci fosse, la realtà diverrebbe uno stagno dove niente si muove. Pensiamo al successo mondiale della magia di Harry Potter. Il mondo, la realtà, tutti noi abbiamo bisogno della magia, della speranza che possiamo fare qualcosa per cambiare quel che non ci piace della realtà che ci circonda. La magia è il potere del cambiamento.

 

Nel libro “La bambina che voleva essere trasparente”, affronti tanti argomenti. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere a chi lo legge?

  • R: Essendo un’antologia, sono diversi i messaggi che volevo esprimere. Le realtà, anche le più crude, viste attraverso lo sguardo di un bambino, quel che un bimbo può provare davanti all’assurdità delle motivazioni che spesso muovono il mondo degli adulti e le situazioni da loro stessi create. Un bambino di fronte alla morte di un genitore, alla violenza gratuita e alla guerra, la sua sofferenza e i metodi cui ricorre per sfuggire a qualcosa che gli fa paura. E di fronte alla quale si sente impotente. Non solo, ho voluto rappresentare il conflitto arabo-israeliano sotto una luce diversa: l’amore fra due giovani, le ingiustizie da entrambi subite, il legame creato dall’arte che non conosce diversità di razza o religione. Ho voluto anche rappresentare la realtà di giovani abbandonati a se stessi dalla famiglia, chi per malattia chi perché frutto di una violenza, storie con cui ho dovuto confrontarmi da quando lavoro in Francia, in una realtà che da noi non esiste. I messaggi sono comunque sempre positivi. L’amore, l’amicizia, devono prevalere perché, se non abbiamo questa speranza, forse non vale neppure la pena di vivere.

 

Sempre nel medesimo libro, parli della musica come arte che non conosce discriminazione razziale. Credi che anche la scrittura abbia questo potere?

  • R: Credo che tutte le arti lo abbiano, semplicemente la musica è più immediata della scrittura, non ha bisogno di essere decifrata, possiede un linguaggio universale che appartiene a tutti, un po’ come la pittura. La scrittura necessita che se ne comprenda la lingua, la musica è armonia che passa direttamente dal cervello al cuore. La musica unisce, è quel che accade in qualsiasi concerto, quando ci si sente un corpo unico con chi ci circonda. È più difficile provare emozioni equivalenti quando, per esempio, si partecipa a delle serate letterarie. La musica ha un potere, una magia, che agiscono senza bisogno di intermediari. Non è individualista ma popolare, la musica è unione e comunione. Istantanea.
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