Intervista a Luca Giambonino

Abbiamo avuto il piacere di leggere e recensire il suo libro, “Il giardino delle querce nominate”, ed abbiamo posto alcune domande all’autore, Luca Giambonino:

 

– Come nasce la passione per la poetica del Duecento?

E’ stato un caso. Ho ritrovato fra i miei libri antichi una edizione del 1933 della poesia duecentesca e trecentesca che avevo letto ai tempi dell’università e così ho iniziato a riscorrerla. Mi sono innamorato di nuovo della poetica non amorosa duecentesca volgare, poeti come Lapo Gianni, Bonagiunta da Lucca, Cino da Pistoia, Dante mi hanno dato qualcosa di spirituale e culturale che mi ha permesso di guardare il mondo con occhi nuovi, mi sono liberato dal mio pessimismo e ho composto nuovi versi. E’ stata sicuramente una delle migliori letture, abbastanza approfondite, che abbia mai fatto.

 

– Il protagonista del tuo racconto cede alla curiosità intraprendendo un viaggio verso l’ignoto senza pensarci due volte: c’è qualche fondo autobiografico in questo?

No, è l’intraprendere una avventura senza sapere bene come andrà a finire. Io sono l’esatto opposto. Preferisco sempre avere una idea di come le cose potrebbero o non potrebbero andare a finire.

 

– Come mai ti definisci “scribacchino”?

Mah, guarda, è che scrittore mi sembra un termine così altisonante, come anche il termine poeta, che è parso più corretto definirmi “scribacchino”, io scribacchio, non vivo di scrittura, amo scrivere, amo comporre poesie, ma non pretendo di essere chi sa chi o chi sa cosa. Sono un semplice scribacchino che ama ciò che fa. Vado diritto per la mia strada, cerco di essere me stesso seguendo me stesso e non le mode del momento. Qualcuno mi ha definito “scalpellino della parola”, altri “scrittore non commerciale”, io lascio agli altri le etichette. Sono quello che sono e va bene così.

 

– L’idea di un boschetto con alberi il cui nome è quello di persone appartenenti ad una famiglia è molto suggestiva: chi o cosa l’ha ispirata?

L’idea era quella di creare un parco nella magione di Herbert e dalle nostre parti ma in generale quando nasce un figlio ci sono molti che piantano un albero, così è nata quell’idea di creare un parco ove vi fossero alberi secolari con affissi i nomi degli antenati per cui erano stati piantati e ovviamente legare l’intreccio narrando della pianta e della storia dell’ antenato insieme, indissolubile legame fra natura e uomo e uomo e natura.

 

– Non credi che Herbert abbia pagato un prezzo troppo alto per aver accettato la sfida del suo antenato?

Non era la questione di accettare una sfida, era la voglia dell’ avventura nata dall’aver risolto gli enigmi a spingerlo in quella direzione. Io amo molto creare suggestioni e mi piacciono le storie ove il reale si mischia al surreale o all’immaginario e vice versa. Così no, non credo abbia pagato un prezzo troppo alto. Ha seguito il suo istinto, ha seguito il suo impulso e ha preso la sua decisione.

 

– Quanto te c’è in Herbert?

Be’ questa è una bella domanda, in realtà il lè un misto soffuso di molte discipline storiche e letterarie. Coì abbiamo in comune una storia secolare, cioè discendiamo da casati e non da semplici famiglie, casati con le proprie regole, con la propria storia di antenati più o meno “celebri” alle spalle. Quindi in questo senso una relazione o correlazione c’è.

 

– Pensi che la tua opera abbia avuto il successo che ti aspettavi?

No, purtroppo no. Speravo. Ma le attese di chi scrive non sempre vengono corrisposte dal pubblico, è una cosa a cui ci si deve abituare se si ha questa passione per la scrittura.

 

– Nella vita di cosa ti occupi? La scrittura è qualcosa di molto presente?

Dopo l’università caddi in depressione e ci volle molto a riprendermi. Per adesso sono un volontario civico anche se lavoro saltuariamente come web designer. La scrittura ha un ruolo importante, ogni mattina di solito, dopo aver portato a spasso il mio cane, Tiberio, leggo oppure compongo qualcosa come una poesia, una frase o cerco di mettere giù qualcosa di scritto. Come dice Leonetti in una sua poesia, è il mio modo per essere attivo e riflessivo, creare qualcosa di nuovo da una pagina bianca.

 

– Hai altri progetti in cantiere?

Sí, ho appena concluso una nuova raccolta di poesie, il cui titolo è “Ci si veste sempre a puntino quando si va a trovare la nonna” disponibile su Amazon, sto ripubblicando, con una casa editrice seria, di Roma, la mia seconda raccolta di poesie “La foresta di Teutoburgo” e ho lì, vicino a dove scrivo adesso, il canovaccio di una storia che mi andrebbe di scrivere e che rimando da un po’, ma lascio il contenuto e la descrizione là. Chi mi ama, mi segua, dicevano un tempo!!!

Vi saluto con un abbraccio ringraziandoVi per le vostre belle domande.

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Intervista ad Aurora Coppola

Dopo aver letto e recensito il suo libro: Spoglia di Sillabe, l’autrice ha risposto così alle nostre domande.

-Parlaci un po’ di te, cosa fai nella vita?Sei scrittrice a tempo pieno?: Si, al momento sto scrivendo a tempo pieno e mi piacerebbe molto che questo mio interesse si trasformasse in qualcosa di più concreto dato l’entusiasmo e la felicità che ha portato nella mia vita. Prima di pubblicare questa raccolta ho lavorato per anni come impiegata in una multinazionale inglese in Irlanda. L’idea di pubblicare delle poesie mi è venuta proprio mentre lavoravo li, a seguito di un riconoscimento che ho ottenuto nel mio paese natale. Ho avuto un incoraggiamento da parte della giuria del premio e da li mi sono buttata nella mia prima avventura editoriale. Le origini della mia passione per la scrittura sono dovute all’approccio che ho avuto con la vita ma anche con la musica, ho suonato batteria e percussioni per diverso tempo prima di potermi dedicare completamente alla poesia

-Come mai hai scelto di scrivere in versi?: Il bisogno di creare rime e scrivere in versi nasce da una necessità di esprimermi attraverso la scrittura in maniera del tutto spontanea perché penso che questo rappresenti per la maggiore il mio modo di essere. Ho iniziato a comporre rime dal 1994 e da allora non mi sono più fermata, in quanto nella scrittura ho sempre trovato conforto. Per me scrivere è altamente sano e terapeutico!

-La tua copertina è davvero particolare, molto originale. Ci spieghi un po’ la scelta? Soprattutto i colori abbastanza forti: Questo in verità è tutto merito dell’artista che l’ha realizzata, Marzia Aloisio. Io ho proposto l’idea di mettere una figura femminile in copertina e lei ha fatto il resto. Ho scelto lo stile di Marzia per il mio book d’esordio in quanto sia io che la pittrice viviamo e vediamo la vita in maniera simile, siamo due ariete e non ci piacciono le mezze misure come i toni di grigio, ergo i colori forti! Credo che l’uso del rosso si riferisca a me mentre il giallo rappresenti più lei. Credo che l’artista abbia colto il senso della mia raccolta rappresentando una donna che non ha problemi a mettersi davanti a tutti con poche vesti addosso in quanto si è spogliata di tutte le sue vecchie paure, dei suoi rancori, dei sentimenti e delle sensazioni che a volte ci impediscono di vivere in maniera armoniosa con se stessi. La donna del ritratto guarda il mondo fuori dalla sua finestra sicura e rilassata perché ormai si è liberata dei suoi mali e dunque non ha più niente da nascondere.

-Invece il titolo? Cosa ci puoi raccontare di quello?: Il titolo della silloge l’ho scelto io proprio dopo aver visto il quadro realizzato per la copertina. Ho pensato di giocare molto con la parola “spoglia”, primo perché la figura ritratta nel dipinto viene rappresentata con poche cose addosso e poi perché per “spoglia” si intende una cosa morta lasciata dietro, come un serpente quando cambia pelle. Questo per me è l’intento della poesia, una sorta di liberazione dalle cose vecchie, il cantarne le esequie, così da non tornarci più su. In “Spoglia di Sillabe” ho tentato di liberarmi di vent’anni della mia vita mettendo tutto sulla carta. Ho annotato sensazioni e descritto personaggi, ho lasciato li le mie riflessioni perché queste possano essere condivise con il pubblico, sperando di dare loro un messaggio o anche lo stesso sollievo che la poesia ha trasmesso a me, proprio come quando si torna a casa, al sicuro, nel nostro luogo del cuore, dopo una dura giornata e ci si spoglia del mondo che abbiamo lasciato fuori.

-I riferimenti che fai ad autori come Yeats e Joyce sono deliziosi, come mai hai scelto loro?: La scelta di guardare a Yeats e Joyce per creare le mie rime nasce da una grande passione per la letteratura inglese ma più in particolare per gli scrittori irlandesi che ho da sempre e che è diventata sempre più forte durante la mia permanenza in Irlanda. Infatti, ho vissuto nove anni a Dublino dove ho potuto approfondire la letteratura e la cultura celtica assieme ad altri autori irlandesi importanti ma poco conosciuti in Italia. La mia preferenza è ricaduta però su Joyce e Yeats per un motivo stilistico, di Joyce mi piace l’introspezione e l’assenza del concetto spazio-tempo mentre di Yeats preferisco il modo netto in cui delinea le situazioni attraverso i versi e quindi la creazione d’immagine, di lui mi piace molto l’abilità che ha nel descrivere una situazione o un sentimento nello spazio di poche parole, nonché la palese ammirazione per i miti della cultura celtica e dunque il forte attaccamento che questo scrittore ha per la sua terra e le sue tradizioni

Il tuo libro ti ha portato le soddisfazioni che desideravi?: Il fatto di averlo visto saltare dalla mia testa alle mie mani in forma fisica nello spazio di pochi mesi per me è già motivo di grande orgoglio perché mai avrei pensato di pubblicare una silloge. Per il momento sto cercando di farlo conoscere a più persone possibile per poter condividere i miei stati d’animo e creare così un punto di contatto tra me e il mondo. Ho bisogno sentire le persone e capire se c’è della gente che la pensa come me. Questo mi aiuta a sentirmi meno sola e a farmi coraggio ora che ho deciso di mettere a nudo i miei sentimenti invece di chiuderli in un cassetto. Questa è la mia massima aspirazione nonché soddisfazione, vedere con quante persone riesco a collegarmi tramite la poesia.

Stai lavorando a qualche altro progetto?: Sì ho un romanzo breve che verrà pubblicato entro l’anno prossimo e sto componendo altri due romanzi con due tematiche completamente differenti. Sono cose che ho visto ed ho vissuto di cui sento il bisogno di parlare. Continuo a scrivere poesie, quando mi vengono spontaneamente.

-Preferisci l’ebook al cartaceo?: Preferisco di lunga il cartaceo. Ho bisogno di un contatto fisico con il libro quando leggo perché mi piace l’effetto che fa la carta alla pelle quando la sfiori con i polpastrelli per girare pagina. Capisco che l’ebook sia molto più comodo perché occupa meno spazio e sia più ecologico perché non usa carta ma io non sono amante degli schermi, delle cose quadrate e fredde, le considero sciape e impersonali. La colpa è forse del modo in cui sono cresciuta, del mondo in cui la mia generazione ha vissuto. Vent’anni fa non avevamo Kindle o i libri in pdf quindi ci rimanevano solo  questi “mattoni di carta” ai quali abbiamo finito per affezionarci, scriverci su due righe o semplicemente sognare per distrarci dalle traversie della vita. Ma poi, volete mettere il profumo della carta e la musica delle pagine mentre ti scorrono sotto le mani? Che ci volete fare, io sono una fan del formato paperback!

Facciamo i nostri più cari auguri a questa autrice davvero promettente

 

 

 

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Intervista a Sara Zelda Mazzini

Dopo aver letto e pubblicato la nostra recensione sul suo libro, Nichi arriva con il buio, abbiamo intervistato l’ autrice.

– Parlaci del controverso personaggio di Nichi. È mai esistito?

Sì, il Nichi di cui parlo nel mio libro è esistito realmente, sebbene con un nome diverso, ed era come l’ho descritto: un ragazzo che aveva deciso di non scendere a compromessi con la vita. È una realtà innegabile che per sopravvivere la società ci imponga di sottostare a un numero variabile di finzioni; lui ha scelto di non accettarne alcuna, costi quel che costi. Quando è morto, i giornali locali e le persone che credevano di averlo conosciuto ne hanno imputato le cause alla sua malattia organica, senza curarsi di ciò che l’aveva causata. Hanno insomma liquidato la questione come l’ennesima insensata faccenda di abuso di alcool in giovane età. Col mio romanzo ho voluto ricostruire la storia di questo ragazzo e mettere in luce tutti i fattori che lo hanno condotto dov’è adesso, cioè fuori da qualsiasi influenza ed esperienza materiale.

– Greta è una ragazza molto insicura ed incapace di legarsi. Perché invece permette a Nichi di trattarla così?

Molto semplicemente: Greta è innamorata. Mentre tutto il resto cambia fuori e dentro di lei, Nichi è la costante della sua esistenza. In campo letterario Jane Austen è stata forse la prima a rivelare come ogni donna scopra davvero se stessa solo quando si innamora; così Greta sa, anche se forse non ne è mai del tutto consapevole, che non è affatto quel tipo di ragazza emotivamente instabile e incapace di legarsi che gli altri la accusano di essere: solo, non può accogliere altri affetti perché si è già legata idealmente a Nichi. La sua tenacia è commovente e solo un’adolescente potrebbe mostrare una simile dose di sconsiderato coraggio. In un mondo in cui le persone si prendono e si lasciano continuamente e i rapporti quotidiani non hanno più risonanza di un colpo di tosse, Greta riesce per anni a tenere con sé il ragazzo che ha perduto mille volte in mille modi differenti.

– Cosa rappresenta per te la canzone Nothing else matters dei Metallica?

Quello che rappresenta per palate di miei coetanei, suppongo. È il sottofondo della nostra adolescenza e, in molti casi, del nostro primo amore.

– Ci hai riportati ad un ventennio di memorie nostalgiche. Quali sono i ricordi migliori che conservi degli anni ’80 – ’90?

Difficile a dirsi. In realtà non rimpiango proprio nulla della mia giovinezza. L’adolescenza era come l’ho descritta nel mio libro: un periodo oscuro, nebuloso, in cui non si ha mai davvero il controllo su se stessi e sulle proprie azioni e per testare i propri limiti e scoprire chi siamo realmente si finisce col cacciarsi in un guaio dopo l’altro, da cui districarsi diventa sempre più difficile. Credo che riuscire a superare quella fase della vita sia una specie di miracolo e tutt’oggi, ripensando a quel tempo,mi capita ancora di sentirmi come una sopravvissuta. Credo che sia questa sensazione a renderci nostalgici ogni volta in cui guardiamo indietro, al nostro passato. Certi eventi sono come un confine che segna inevitabilmente un prima e un dopo: senza quel confine non ci accorgeremmo neppure dello scorrere del tempo.

– Nel tuo libro tocchi argomenti un po’ forti, ma pur sempre attuali, come l’uso di droghe, l’anoressia e l’abuso di alcol. Qual è il tuo pensiero in merito?

Non sono sicura di averne uno.

– Cos’hai pensato quando hai finito di scrivere il tuo libro?

Onestamente? Ho pensato che quello che avevo appena scritto era un libro bellissimo e gli ho augurato un futuro radioso, perché so che cambierà la vita di tutte le persone con cui entrerà in contatto. Già ha cambiato un po’ la mia. Ogni volta in cui termino la stesura di un romanzo mi accade qualcosa che ho ritenuto singolare fintanto che non ho scoperto che si tratta di un fenomeno comune a molti romanzieri – Virginia Woolf, per esempio, alla fine di un lavoro cadeva preda di un esaurimento nervoso – è questo il grande potere della letteratura: ci aiuta a scoprire che le nostre esperienze sono perfettamente umane. Dopo aver ultimato I Dissidenti sono stata fisicamente bloccata per giorni dal torcicollo più furioso di cui abbia mai sofferto, e si badi bene che sono una sportiva e incidenti come questo non mi capitano spesso. Immagino che fosse il contrappasso fisico per aver sbloccato tanti aspetti immateriali che mi portavo dentro. Al termine di Nichi arriva con il buio mi sono invece sentita svuotata, inquieta, perfino rabbiosa. Non mi sono ancora ripresa del tutto.

– Perché scegliere di auto pubblicarsi e non di affidarsi ad una casa editrice?

In molti casi non si tratta di una scelta, è che non c’è alternativa. Le grandi case editrici sono sommerse di richieste e i tempi di attesa incredibilmente lunghi. Le stesse modalità di contatto non sono sempre agevoli: molti grandi editori pretendono ancora l’invio del manoscritto cartaceo, cosa che trovo assurda in un’epoca telematica, senza contare che stampare svariate copie di un manoscritto di centinaia di pagine, confezionarlo e spedirlo (nel mio caso dall’estero) comporta una spesa notevole per un emergente, il quale sta cercando di costruirsi un mestiere e quindi si suppone che non ne abbia ancora uno. Altri editori, per far fronte all’ondata di invii, si sono invece chiusi al dialogo diretto con gli autori scegliendo di attingere alle vette delle classifiche self e badando in questo modo più alla sensazione che alla qualità di un testo; altri ancora accettano soltanto le raccomandazioni di un agente letterario, categoria professionale, questa, che non è certo seconda in sfuggenza a quella del grande editore. Non resta allora che affidarsi a una casa medio-piccola, la quale tuttavia non offre vantaggi maggiori di quelli che un autore può trovare nell’auto-pubblicazione. Entrambi i canali prevedono infatti l’impegno in prima linea dell’autore nella propria promozione, solo che auto-pubblicandosi è possibile mantenere la piena libertà di movimento, nonché il pieno possesso dei diritti della propria opera.

– Stai lavorando ad un nuovo libro?

Ho in ballo svariati progetti e sto cercando di capire quale abbia più urgenza di venire alla luce. Credo che alla fine dell’estate inizierò a lavorare a un nuovo romanzo parzialmente ambientato sempre negli anni Ottanta/Novanta, ma questa volta in un contesto storico diverso, che cercherò di ricostruire basandomi sui racconti di chi lo ha vissuto. Se mi sarà possibile, mi spingerò ancora più indietro nel tempo. Non so ancora quale forma avrà la storia.

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