Erano Knochensturme

Capita raramente di leggere libri che tengano incollati dalla prima all’ultima pagina, pur se trattasi di opere voluminose, per di più a carattere storico: Emilia Anzanello, nel suo Erano Knochensturme, riesce a catalizzare l’attenzione del lettore riga dopo riga, grazie ad una prosa leggera e mai ridondante, in grado di vivificare un intreccio variegato e a dir poco appassionante, alla luce di conoscenze storiche sì puntuali da apparire persino puntigliose.

Il romanzo è ambientato nell’arco temporale che va dall’estate del 1943 ai primissimi anni ’50 del ‘900, e consente al lettore di gustare le vicende dei protagonisti travolti da una Storia più grande di loro: Wilhelm Tanne (tenente del corpo scelto delle SS, elitario rispetto alla Whermacht, l’esercito tedesco) e MariaAnna Mayr, maestra trevigiana di padre austriaco, consolidano il loro rapporto proprio nei giorni in cui l’Italia è devastata dalle infauste conseguenze legate alla caduta del Fascismo ed al caos che ne deriva.

Wilhelm fa parte della 3a PanzerDivision Totenkopf, soprannominata «Knochensturme» («tempesta di ossa», oppure «tempesta di scheletri»): trattasi di SS mandate sovente in prima linea (una sorta di “arditi” teutonici), per tentare di ribaltare battaglie dagli esiti apparentemente disperati, ben sapendo che i Totankopf, anche a costo di innumerevoli perdite, non indietreggiano mai, compiendo atti di vero e proprio, disperato e totale eroismo.

Quando scoppia l’amore passionale (che in breve dispiegherà anche tutta la potenza del sentimento, in un indissolubile connubio fra sesso e affettività) fra il tenebroso tenente SS e la bella maestra italiana, entrambi sono costretti a fare i conti con le incognite, le difficoltà, le ambiguità del periodo: purtuttavia, l’uno sceglie di legare indissolubilmente la propria esistenza all’altro, a qualsiasi prezzo, in spregio, consapevole e volitivo, delle conseguenze.

Wilhelm, nel cui passato c’è una macchia indegna di un uomo prima che di un soldato, resta fedele all’idea nazionalsocialista ed al suo Führer sino all’ultimo, e MariaAnna sposa convintamente la causa di lui, perché amore onore e lealtà non sono mercanteggiabili, e sovrastano ogni convenienza, reticenza o debolezza personale; così come rendono sopportabili i patimenti, gli scontri familiari, l’esito ormai disperato (e disperante) della guerra del Reich, gli stenti e le vessazioni della prigionia, le discriminazioni e le persecuzioni in tempo di pace.

Emilia Anzanello – oltre a scrivere in maniera davvero incantevole anche in presenza di argomenti scottanti e controversi – ha, su tutti, l’indubbio merito di “togliere il velo” a tanta parte di una storia “scomoda”, che vede gran parte degli Alleati comportarsi – a guerra conclusa – proprio nel modo esecrabile imputato (giustamente) alla Germania nazista.

Tanto che, terminata la lettura, viene spontaneo chiedersi (ed è forse questa la motivazione più profonda della scrittrice), ed è come un tarlo che tormenta l’animo del lettore: quanta parte dei crimini perpetrati dai vincitori a scapito dei vinti, ancor oggi, è concesso conoscere?

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La guerra dei topi e delle rane

“La guerra dei topi e delle rane” è un libello di lettura gradevolissima e scorrevole, pur nella semplicità della trama: la migliore testimonianza che si può fare narrativa di qualità senza scomodare intrighi insolubili o cosmogonie di altri mondi.

Remo, giallista con alle spalle un libro di discreto successo, sembra dover rinunciare all’ambizione di continuare il proprio percorso professionale, ripiegando su un lavoro come pubblicista in un quotidiano di provincia, o, nell’ipotesi peggiore, su un posto nell’azienda del padre di Alice, la fidanzata, della quale si scopre peraltro via via meno innamorato.

Magistrale la descrizione del microcosmo redazionale, laddove interagiscono e confliggono, fra gli altri: il redattore capo e il suo vice; Leo, collega ed unico amico del protagonista; infine, la bella Vittoria Serafini, il sogno erotico dell’intero staff de “Litorale Letture”.

A completare il quadro, una locatrice psicologicamente labile a seguito di un tragico passato, una stanza segreta da cui provengono strani rumori, ma soprattutto un file – Batracomiomachia (da cui il titolo del romanzo) – che compare misteriosamente sul computer di lavoro di Remo, e che sembra delineare una svolta al momento inimmaginabile nella vita del protagonista.

Un esordio più che convincente per Renato Esposito, e un insight narrativo che induce a  confidare in un sequel ancor migliore.

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La bambina che parlava alla luna

Nunzia Volpe ci ha proposto il suo romanzo “La bambina che parlava alla luna”.

Fare una sinossi di questo libro sarebbe sminuirlo, basta sapere che non si limita a trattare di un unico tema ma ne tocca, nella maniera più dolce e vera, decisamente tanti.
Sullo sfondo abbiamo le stragi nazifasciste nell’appenino tosco romagnolo nell’autunno inverno 1944.
La storia tocca i punti più forti del cuore del lettore, suscitando oltre alla curiosità di essere letta, anche commozione, rabbia e dolore. Il dolore che ha causato una guerra che ha portato con sè odio e distruzione. L’autrice, con minuziose descrizioni con arguta intelligenza emotiva, fa vibrare la sensibilità di chi legge questo libro. Lo scritto scorre veloce, e porta con sè una forma di denuncia verso i carnefici. I personaggi diventano inevitabilmente parte di noi stessi, riuscendo,con l’ottima capacità dell’autrice,ad essere facilmente immaginabili. Le loro sensazioni, le loro idee, le loro paure, sembrano diventare le proprie. A volte sembra di essere con loro mentre svolgono le loro quotidiane azioni, mentre muoiono per provare a vivere meglio.
Un romanzo sincero, nudo e crudo ma dannatamente vero, che ha con se squarci poetici che incantano chi legge emozionandolo.
Emoziona e lascia stupiti, stupiti per una storia che parla di coraggio, di amore, che invita a non dimenticare il male.
Potrebbe essere tenuto in considerazione come libro da far leggere ad adolescenti che si approcciano alla tematica: guerra.
Lo stile della scrittura scorre rapido anche quando bisognerebbe fermarsi un attimo per gustare al massimo le scene descritte.
Consigliatissimo.

Recensione a cura di: Angela Costagliola

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