La ragazza oltre il mare

L’amore , quello vero, che non lascia respiro e che spinge a pensare insistentemente alla persona che lo fa ardere dentro di noi, che consuma l’anima giorno dopo giorno, che ci fa sentire vivi.
L’amore che ferisce, che strappa il velo posto su quella verità nascosta che non si è pronti ad accettare, nascondendoci dentro di noi, nel nostro mondo o, per citare l’autore del libro, nel nostro acquario stagnante che ci fa sentire sicuri, protetti, nonostante possa creparsi e sgretolarsi alla stessa velocità di un battito di cuore.
Ne “La ragazza oltre il mare”, il protagonista – che scopriamo essere lo stesso autore essendo il libro un diario autobiografico – dopo aver osservato il tramonto e il mare – i suoi “compagni di vita” li chiama, che gli permettono di perdersi nella sua immaginazione dove si sente sicuro e protetto – incontra una ragazza della quale si innamora perdutamente e con lei, diventando la sua musa e la sua fonte di ispirazione, inizia a vivere una storia d’amore fatta di poesia e passione, che lo turba ogni giorno e che lo fa sentire vivo come non lo fosse mai stato.
Presto si rende conto però che quell’amore, per lui linfa vitale non soggetto a nessuna scadenza programmata, è destinato a finire quando la ragazza deve partire, tornare alla sua vita.
Da quel momento il protagonista si strugge per lei, la ricorda in tutti i suoi scritti, le dedica poesie, prova la nostalgia di quell’amore che gli ha donato una nuova vita, tirandolo fuori dal suo castello immaginario dove lui si è sempre rifugiato, dal suo “acquario” pieno di crepe che si è frantumato e che adesso, deluso e amareggiato dalla grande delusione, deve ricostruire un pezzo alla volta per proteggersi da quella grande sofferenza.
Questo è uno dei punti chiave del libro, il contrasto fra l’amore, quello vero, che ci dà aspettative e ci fa sognare e ci spinge a cercare di costruire qualcosa di importante con una persona e l’amore vissuto come un sentimento più leggero, qualcosa di più superficiale che sappiamo già finirà prima del previsto, come se fosse programmato.
È un libro che riesce a toccare nel profondo la nostra anima e il nostro cuore, chi ha vissuto un’esperienza amorosa importante nella propria vita può immedesimarsi nel protagonista che non riesce a dimenticare il suo passato, nonostante sia consapevole che non potrà riavere indietro né ricevere a sua volta quello che ha dato ad una persona che si è amata.

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Nell’arte dell’io

“Nell’arte dell’io” è la silloge di aforismi, frasi icastiche, pensieri “asciutti” – talora finanche apparentemente brutali – del giovane scrittore Riccardo Grechi. Ciò che colpisce, prendendo a guardare primariamente la copertina e la grafica sottostante le pagine, è la semplicità, la “naturalezza” (i fogli sono come “macchiati” dal tempo e dalle intemperie) e la visione –caustica e a tratti allucinata – di vita che l’opera comunica: l’essenzialità dei testi è suffragata da un layout che bene evoca le venature della pietra; e immediate, spesso perentorie, proprio come scolpite sulla pietra appaiono le parole.

«L’apatia è l’attimo in cui la fantasia viene sovrastata dai nostri estremi», «Non siamo che animali travestiti da buone intenzioni», «In un modo o nell’altro ci accontentiamo tutti»: nel risvolto di copertina, lo scritto viene definito “autobiografia”, e trattasi in effetti di un “fascio” di epigrammi variegati – per quanto divisi in dodici capitoli tematici, quanti gli anni della “gestazione” – tenuti insieme fra loro unicamente dal fatto di appartenere ad un unico creatore.

Bene sono declinate le emozioni ed i pensieri che di volta in volta agitano l’animo dello scrittore (e che specularmente affiorano in quello del lettore), ivi compresa una amara ironia (che lambisce talora il sarcasmo), valore aggiunto e sorprendente delle pagine di Riccardo Grechi: «[…] se la gente si mette nei tuoi panni, probabilmente lo fa per fotterteli», «l’orgoglio brucia più del cherosene», «non ricordo il momento preciso ma penso che mi sia cresciuta una testa sulle spalle»… Infine, il pregio maggiore: la volontà, certosinamente concretata, di “andare al sodo” di sé, di intagliare l’essenza scartando ogni orpello, nell’epoca ch’è invece trionfo di retorica vanesia e ridondante.

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Anime di luce- Perseo

A quanti si accostano allo scritto di Lina Giudetti – “Anime di Luce – Perseo” – si manifesta palese la totale padronanza della mitologia greca – nonché degli autori classici (Platone in primis) che hanno trattato del mito di Atlantide – da parte dell’autrice: attraverso uno storytelling puntuale e accattivante, la Giudetti fa rivivere,  ricostruendolo, l’intrico costituito dalle gesta di dèi, semidèi ed eroi, rendendolo appetibile anche ai lettori moderni, generalmente poco “pazienti”.

Sin dal titolo, è chiara la cosmogonia di riferimento (greca, certo, ma prima ancora egizia ed atlantidea): i figli di Sirio tentano a più riprese di elevare il genere umano verso pace e concordia universali; tuttavia, gli sforzi puntualmente falliscono, nonostante l’azione salvifica e “correttiva” (non sempre, purtroppo, costante in tal senso) di dèi, semidèi ed eroi…

In questa cornice, doviziosamente tracciata e non di rado “barocca” (per il gusto dei particolari che contraddistingue lo scritto), si inserisce l’azione del giovane Perseo (dal carattere giusto ma altrettanto irrequieto), figlio di Zeus, signore dell’Olimpo e padre degli dei, e l’umana Danae, figlia del tiranno dell’Argolide, Acrisio: il libro è incentrato sulla storia d’amore che lega il protagonista Perseo – guerriero dell’esercito di Atena – e la bellissima Andromeda, da lui salvata mentre proprio altri guerrieri di Atena tentano di usarle violenza.

Il romanzo – corposo, con le sue trecento e più pagine – pennella verosimilmente la concezione antica della divinità: esseri superiori soltanto nei “poteri”, non certo nella morale e/o nella condotta, estremamente volubile e non di rado “miope” ed egoistica.

Accattivante, oltre alla narrazione dell’origine dei “figli di Sirio”, delle divinità olimpiche e dunque del genere umano, la tenera e profonda storia d’amore fra Perseo e Andromeda, ambedue di sensibilità e caratura morale superiore alla media.

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