Rintocchi nel buio

Impossibile non restare magneticamente rapiti dall’abile penna di Daniele James Marchiori, il quale, nel suo “Rintocchi nel buio”, sceglie di muoversi sul terreno sdrucciolevole e sfaccettato del romanzo gotico, nel caso specifico d’ambientazione primo-ottocentesca, con incursioni nel fantasy e nell’horror.

Grazie alla laboriosa (in quanto evidentemente frutto di accurato studio), empatica compenetrazione col protagonista, l’autore imbastisce più un diario intimo (a ciò contribuisce la scrittura in prima persona) che una vera e propria narrazione: il tempo, scandito da un periodare di altissimo livello sintattico-lessicale, tarato puntualmente sulla cifra linguistica dell’epoca, è flusso di coscienza, atomizzato in quanto tale, elemento soggettivo e slegato da qualsivoglia “logica” segmentativa.

Nella vicenda, intrisa di non-vivi (nachzeherer), di licantropi e uomini falena, perde senso il confine fra giorno e notte, in piena coerenza con l’aura misterico-orrorifica dell’intero scritto, a cospetto di un viaggio ch’è ripugnante discesa, scavo, indagine; viaggio il cui télos è l’eradicazione del male stesso: discesa che sublima in catarsi, poiché, nel fronteggiare il pericolo diabolico, occorre far ricorso alle intere doti psicofisiche del protagonista, stemperando dipendenze ed eccessi (laudano, hashish, alcool) che pure lo caratterizzano.

Già sin qui, come si vede, non sono poche le ragioni per immergersi nella lettura dello scritto di Marchioni.

Pure, l’autore si spinge oltre, scegliendo arditamente di misurarsi, con un protagonista “storico”, realmente esistito e per giunta ben noto al grande pubblico: Edgar Allan Poe, scrittore statunitense della prima metà del XIX secolo, che le cronache vogliono, oltre che indubbio talento letterario, uomo dalla vita dissoluta e dalle frequenti intemperanze.

Confrontarsi con un personaggio reale, fargli esporre pensieri, sensazioni ed emozioni, vuol dire – come sopra sottolineato – essere intrisi del personaggio stesso: Marchiori rappresenta la migliore incarnazione dell’autore compenetrato dal topos storico e psicologico del personaggio, dall’aura che tuttora attornia colui che è universalmente considerato capostipite del genere poliziesco, orrorifico e del giallo psicologico.

Sorprendente, onirico e sapientemente beffardo il finale, in un rivolgimento delle certezze alimentate pagina dopo pagina nella mente del lettore.

Un libro da gustare, soggiogati da quella presenza inquietante che si intuisce oltre la finestra, in una notte piovosa…

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Buio Rosso

Roberto Ricci ci ha proposto la sua raccolta di racconti horror, libro che con il primo racconto “La ballerina” apre subito le danze nella maniera più forte possibile. Un racconto di lancio degno di nota. 

Il racconto in questione è il primo di una lunga serie, ma la scelta dell’autore di iniziare con un racconto efferato, folle, cruento e originale alza di gran lunga le aspettative.

I racconti hanno tra di loro trame differenti ma tutti  come base mostrano una buona dose di suspense ed un pizzico di adrenalina.

L’autore non ha paura ad usare immagini forti, crude unendo, a tutto ciò,  storie che riescono ad incutere nel lettore quel po’ d’ansia che aiuta nello scorrere della trama.

Punto forte di questo libro è la scelta della ambientazioni, mai scontate, dei personaggi e delle loro piccole follie e manie. Non mancano infatti protagonisti psicopatici, folli, disperati.

Le descrizioni degli ambienti sono un buon condimento che però, a volte, rischiano di annoiare, l’autore infatti dilaga in spiegazioni superflue che non incidono nella storia. Questo è però presente in un numero minimo di racconti. La scrittura è decisamente molto semplice, non si riscontrano particolari problemi nella lettura, salvo casi in cui vi sono digressioni evitabili.

Un libro semplice che nel suo genere può piacere, non mancano, scene puramente sanguinarie, questo libro si potrebbe definire tranquillamente un horror/splatter e per gli amanti del genere è decisamente consigliato.

 

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