La ragazza oltre il mare

L’amore , quello vero, che non lascia respiro e che spinge a pensare insistentemente alla persona che lo fa ardere dentro di noi, che consuma l’anima giorno dopo giorno, che ci fa sentire vivi.
L’amore che ferisce, che strappa il velo posto su quella verità nascosta che non si è pronti ad accettare, nascondendoci dentro di noi, nel nostro mondo o, per citare l’autore del libro, nel nostro acquario stagnante che ci fa sentire sicuri, protetti, nonostante possa creparsi e sgretolarsi alla stessa velocità di un battito di cuore.
Ne “La ragazza oltre il mare”, il protagonista – che scopriamo essere lo stesso autore essendo il libro un diario autobiografico – dopo aver osservato il tramonto e il mare – i suoi “compagni di vita” li chiama, che gli permettono di perdersi nella sua immaginazione dove si sente sicuro e protetto – incontra una ragazza della quale si innamora perdutamente e con lei, diventando la sua musa e la sua fonte di ispirazione, inizia a vivere una storia d’amore fatta di poesia e passione, che lo turba ogni giorno e che lo fa sentire vivo come non lo fosse mai stato.
Presto si rende conto però che quell’amore, per lui linfa vitale non soggetto a nessuna scadenza programmata, è destinato a finire quando la ragazza deve partire, tornare alla sua vita.
Da quel momento il protagonista si strugge per lei, la ricorda in tutti i suoi scritti, le dedica poesie, prova la nostalgia di quell’amore che gli ha donato una nuova vita, tirandolo fuori dal suo castello immaginario dove lui si è sempre rifugiato, dal suo “acquario” pieno di crepe che si è frantumato e che adesso, deluso e amareggiato dalla grande delusione, deve ricostruire un pezzo alla volta per proteggersi da quella grande sofferenza.
Questo è uno dei punti chiave del libro, il contrasto fra l’amore, quello vero, che ci dà aspettative e ci fa sognare e ci spinge a cercare di costruire qualcosa di importante con una persona e l’amore vissuto come un sentimento più leggero, qualcosa di più superficiale che sappiamo già finirà prima del previsto, come se fosse programmato.
È un libro che riesce a toccare nel profondo la nostra anima e il nostro cuore, chi ha vissuto un’esperienza amorosa importante nella propria vita può immedesimarsi nel protagonista che non riesce a dimenticare il suo passato, nonostante sia consapevole che non potrà riavere indietro né ricevere a sua volta quello che ha dato ad una persona che si è amata.

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Meravigliose avventure di un’insegnate precaria

Quello imbastito da Anna Maria Arvia è un romanzo aneddotico, una sorta di diario puntuale ed emotivamente pregnante, chiaramente autobiografico, volto a narrare l’esperienza dell’autrice nel suo esordio da docente nella scuola pubblica.

“Le meravigliose avventure di un’insegnante precaria” sin dal titolo sottolinea in chiave ironica (ma è ovviamente ironia amara, persino caustica, talora) le innumerevoli peripezie nelle quali si imbatte chiunque voglia intraprendere l’ostico cammino – che oggi somiglia piuttosto ad una via crucis – dell’insegnamento negli istituti pubblici.

Ciò che spicca, volendo tentare di cogliere dei punti fermi e costanti nella variegata esperienza narrata, è innanzitutto la delegittimazione del ruolo del docente, causata da improvvide dichiarazioni di ministri che poco o nulla conoscono delle realtà che tentano di gestire, e l’azione socialmente dirompente dei social media; di qui, effetti a cascata: mancanza di organizzazione, precarizzazione del lavoro, sopperimento con risorse personali a inadeguatezze del sistema, ipercriticità dei genitori, ipertrofia delle istanze ai diritti degli alunni a scapito di quelle relative ai doveri.

E’ un quadro disastrato, quello che – realisticamente ed impietosamente – emerge dalle pagine di Anna Maria Arvia, a cominciare dalla famigerata SSIS, la scuola di specializzazione per conseguire l’abilitazione all’insegnamento: troppa teoria, affidata ai professoroni di turno, che non trova sponda in ragazzi – non di rado problematici psicologicamente, prima che cognitivamente – espressione di una società in perenne cambiamento.

A voler cambiare punto di vista, quello dell’autrice è un vero e proprio vademecum, utile agli aspiranti insegnanti per prendere coscienza dell’inferno che li aspetta prima di coronare quello che – per molti – è tuttora un sogno: “ascendere” ad una cattedra da insegnante di ruolo.

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Nè io Nè Dio

Quello di Luca Riccò è un libro difficilmente inquadrabile in un unico genere letterario, muovendosi su più territori: romanzo, saggio filosofico, manuale di spiritualità sono solo alcune delle possibili categorie alle luce delle quali inquadrare l’opera, senza tuttavia riuscire mai a coglierne il senso più profondo, essendo esso trasversale e decisamente sui generis.

Leno, il protagonista di “Né io né Dio – Viaggio alla ricerca della verità tra Occidente e Oriente”, narra della propria infanzia, del proprio senso di inadeguatezza rispetto alla realtà sensibile, della conflittualità col padre e col fratello maggiore, del proprio tormentato rapporto con la religione (intesa nel senso più “ritualistico” del termine) in età adolescenziale e con la filosofia (vissuta come effimero appagamento dei bisogni della mente), del senso di disagio dinanzi alle convenzioni sociali (studiare, lavorare, metter su famiglia… ): tutti elementi che lo inducono ad avvicinarsi alla sensibilità orientale – indiana in particolare – e ad “ascoltare se stesso”, il proprio spirito, il proprio anelito alla “comunione” col tutto.

Luca Riccò – attraverso il protagonista, vero e proprio alter ego dell’ autore stesso – impara che “dimenticare” coincide con la vera (in quanto piena, totale) felicità: le malattie del corpo non sono altro che sintomi di uno spirito sofferente, laddove ci si sente costretti a vivere all’ interno di una società in cui si è “programmati” per «confermare, civilmente, la correttezza di un mondo che va a rotoli».

Leno è un “inadeguato”, un “irrequieto”, un “cercatore inesausto” che, dopo una fase di ideologismo politico, poi di isolamento quasi eremitico, “torna al mondo” ed abbraccia l’amore sensuale per una donna: ma è un amore effimero, troppo terreno e sensoriale per dare felicità duratura, dunque in breve sfiorisce.

La lettura di pratiche legate allo yoga kundalini fa sentire Leno meno solo nelle proprie esperienze, divenute extracorporee; ancor di più l’incontro con Mina – la donna che lo avvicina alla spiritualità dell’India e che si rivelerà compagna per la vita – imprime una decisa svolta all’intenso percorso di riscoperta e riappropriazione di sé del protagonista.

Ma trattasi di un iter, appunto: un viaggio che ha degli approdi temporanei e delle successive derive, e che solo nel finale – grazie alla figura di Biji, la sua guida spirituale indiana – mostra quel che pare essere la Verità: ciascuno è intrinsecamente legato alle proprie vite passate ed alle vite degli altri; ciascuno per trovarsi deve esser pronto ad abbracciare il primato dello Spirito sulla Mente (troppo subalterna, strumentale ed egotica per “liberare” da sola l’Uomo dalle proprie illusioni e seduzioni materiali); ciascuno deve naturalmente abbandonarsi – tramite la “dimenticanza” – al tutto universale.

Un libro che – soprattutto nella seconda parte, meno descrittiva e più intimistica – sa scardinare tutte le sovrastrutture di cui quotidianamente ci nutriamo, e che tuttavia servono soltanto a darci un illusorio ed estremamente fugace senso di “pace”, che l’attimo successivo ci lascia frustrati ed attoniti, e ancora, perennemente famelici.

 

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