Meravigliose avventure di un’insegnate precaria

Quello imbastito da Anna Maria Arvia è un romanzo aneddotico, una sorta di diario puntuale ed emotivamente pregnante, chiaramente autobiografico, volto a narrare l’esperienza dell’autrice nel suo esordio da docente nella scuola pubblica.

“Le meravigliose avventure di un’insegnante precaria” sin dal titolo sottolinea in chiave ironica (ma è ovviamente ironia amara, persino caustica, talora) le innumerevoli peripezie nelle quali si imbatte chiunque voglia intraprendere l’ostico cammino – che oggi somiglia piuttosto ad una via crucis – dell’insegnamento negli istituti pubblici.

Ciò che spicca, volendo tentare di cogliere dei punti fermi e costanti nella variegata esperienza narrata, è innanzitutto la delegittimazione del ruolo del docente, causata da improvvide dichiarazioni di ministri che poco o nulla conoscono delle realtà che tentano di gestire, e l’azione socialmente dirompente dei social media; di qui, effetti a cascata: mancanza di organizzazione, precarizzazione del lavoro, sopperimento con risorse personali a inadeguatezze del sistema, ipercriticità dei genitori, ipertrofia delle istanze ai diritti degli alunni a scapito di quelle relative ai doveri.

E’ un quadro disastrato, quello che – realisticamente ed impietosamente – emerge dalle pagine di Anna Maria Arvia, a cominciare dalla famigerata SSIS, la scuola di specializzazione per conseguire l’abilitazione all’insegnamento: troppa teoria, affidata ai professoroni di turno, che non trova sponda in ragazzi – non di rado problematici psicologicamente, prima che cognitivamente – espressione di una società in perenne cambiamento.

A voler cambiare punto di vista, quello dell’autrice è un vero e proprio vademecum, utile agli aspiranti insegnanti per prendere coscienza dell’inferno che li aspetta prima di coronare quello che – per molti – è tuttora un sogno: “ascendere” ad una cattedra da insegnante di ruolo.

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Nè io Nè Dio

Quello di Luca Riccò è un libro difficilmente inquadrabile in un unico genere letterario, muovendosi su più territori: romanzo, saggio filosofico, manuale di spiritualità sono solo alcune delle possibili categorie alle luce delle quali inquadrare l’opera, senza tuttavia riuscire mai a coglierne il senso più profondo, essendo esso trasversale e decisamente sui generis.

Leno, il protagonista di “Né io né Dio – Viaggio alla ricerca della verità tra Occidente e Oriente”, narra della propria infanzia, del proprio senso di inadeguatezza rispetto alla realtà sensibile, della conflittualità col padre e col fratello maggiore, del proprio tormentato rapporto con la religione (intesa nel senso più “ritualistico” del termine) in età adolescenziale e con la filosofia (vissuta come effimero appagamento dei bisogni della mente), del senso di disagio dinanzi alle convenzioni sociali (studiare, lavorare, metter su famiglia… ): tutti elementi che lo inducono ad avvicinarsi alla sensibilità orientale – indiana in particolare – e ad “ascoltare se stesso”, il proprio spirito, il proprio anelito alla “comunione” col tutto.

Luca Riccò – attraverso il protagonista, vero e proprio alter ego dell’ autore stesso – impara che “dimenticare” coincide con la vera (in quanto piena, totale) felicità: le malattie del corpo non sono altro che sintomi di uno spirito sofferente, laddove ci si sente costretti a vivere all’ interno di una società in cui si è “programmati” per «confermare, civilmente, la correttezza di un mondo che va a rotoli».

Leno è un “inadeguato”, un “irrequieto”, un “cercatore inesausto” che, dopo una fase di ideologismo politico, poi di isolamento quasi eremitico, “torna al mondo” ed abbraccia l’amore sensuale per una donna: ma è un amore effimero, troppo terreno e sensoriale per dare felicità duratura, dunque in breve sfiorisce.

La lettura di pratiche legate allo yoga kundalini fa sentire Leno meno solo nelle proprie esperienze, divenute extracorporee; ancor di più l’incontro con Mina – la donna che lo avvicina alla spiritualità dell’India e che si rivelerà compagna per la vita – imprime una decisa svolta all’intenso percorso di riscoperta e riappropriazione di sé del protagonista.

Ma trattasi di un iter, appunto: un viaggio che ha degli approdi temporanei e delle successive derive, e che solo nel finale – grazie alla figura di Biji, la sua guida spirituale indiana – mostra quel che pare essere la Verità: ciascuno è intrinsecamente legato alle proprie vite passate ed alle vite degli altri; ciascuno per trovarsi deve esser pronto ad abbracciare il primato dello Spirito sulla Mente (troppo subalterna, strumentale ed egotica per “liberare” da sola l’Uomo dalle proprie illusioni e seduzioni materiali); ciascuno deve naturalmente abbandonarsi – tramite la “dimenticanza” – al tutto universale.

Un libro che – soprattutto nella seconda parte, meno descrittiva e più intimistica – sa scardinare tutte le sovrastrutture di cui quotidianamente ci nutriamo, e che tuttavia servono soltanto a darci un illusorio ed estremamente fugace senso di “pace”, che l’attimo successivo ci lascia frustrati ed attoniti, e ancora, perennemente famelici.

 

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Geremia

“La vendetta si mostra solo a colui il quale è disposto a portarne il peso”…

La vendetta non è un piatto che necessariamente vien servito freddo, ma di sicuro non è gratuito.

Sarà proprio da questo presupposto che  Lorenzo Ruggieri farà nascereGeremia”  un libro dai toni molto forti e dalle tematiche per nulla leggere.

Nel corso dei suoi racconti, sarà molto diretto, a tratti crudo, coinvolgendo quanto più possibile un lettore sensibile.

Ma chi è Geremia?

Geremia è colui che tutto da e tutto toglie, è il giusto e l’errato, ma è anche un uomo elegante, che sa presentarsi al momento giusto, e prendersi ciò che più gli aggrada, quando tornerà a riscuotere.

Geremia è la morte…(?).

L’autore imbastisce una trama che si snoda lentamente in più fasi, diviso sapientemente in piccoli capitoli facilmente collegabili tra di loro.  Saranno 3 le storie che Lorenzo Ruggieri ci racconterà, storie a cui  mancherà l’happy ending, il lieto fine, o chiamatelo come volete, ma che vi lascerà sicuramente sbalorditi.

È da apprezzare la scelta narrativa di questo scrittore che par lasciare tutto all’immaginazione del lettore, riuscendo però, con abile capacità produttiva, a far sì che il lettore si ritrovi coinvolto inesorabilmente, senza dover necessariamente immaginare, poichè è tutto lì tra le righe, ben scritto, ben impostato.

Ma gli stessi personaggi subiranno, paradossalmente, il coinvolgimento, quasi passivo, del lettore.

Geremia si presenterà loro quando crederanno di averne più bisogno, ribalterà la vita di alcuni mostrando loro quanto poco sincera sia la vita che stanno vivendo, oppure li aiuterà  a non subire angherie e strazi vari, li libererà dal “male” che in quel momento li attanaglia, ma Geremia tornerà e sarà lui il  vero “MALE”.

Un elaborato per nulla semplice che però va dispiegandosi alla grande, senza intoppi, scorrendo facilmente e senza troppe difficoltà.

Non sarà di certo semplice approcciarsi, visto forse i temi trattati, ma una volta incontrato Geremia, non si riesce a non leggerne ancora.

 

 

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