Sopravvissuti

Mirca Ferri, nei suoi precedenti lavori (“Radici d’infanzia, ali di vita”, “Lati scaleni”, “Direzione Ipotenusa Volume II”) ci ha abituati ad una narrazione estremamente introspettiva, tanto in volumi dalla caratura autobiografica, quanto in altri decisamente più fantasiosi.

Stavolta la scrittrice – valente anche in quanto a versatilità artistica, evidentemente – si cimenta in uno stile estremamente diverso: più asciutto, meno barocco, persino a volte tagliente e caustico. 

Questa la forma che confeziona la raccolta di racconti dal titolo Sopravvissuti.

Se, da un lato, la scelta di un linguaggio più scarno può sembrare penalizzante ai fini della connotazione psicologica dei personaggi, dall’altro la sequenza dei fatti che si succedono in maniera quasi “neutra” sollecita enormemente la fantasia del lettore, il quale può così spaziare nel costruire scenari che dai fatti prendono spunto per poi schiudersi a seconda della sua sensibilità.

Un migrante in cerca di riscatto, una partigiana orfana e fuggitiva, una vietnamita sedotta dal nemico, un’anoressica “da network”, una prostituta innamorata dell’alba, e soprattutto una ragazza spettatrice della strage alla Stazione di Bologna del 1980: quasi tutte vicende di donne raccontate con invidiabile precisione storica, lasciando al contempo ampio spazio alla verve immaginativa del lettore.

Storie nella Storia: questo è in estrema sintesi “Sopravvissuti” di Mirca Ferri.

Forse la prova che meglio esplora le doti narrative di Mirca Ferri, attraverso righe in cui l’allusione, l’accenno, la sospensione la fanno da padrone, conferendo allo scritto sfumature estremamente poetiche e sognanti.