Il Gaming Disorder, cos’è?

L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha ufficialmente inserito nell’ICD (classificazione internazionale delle malattie) la dipendenza da videogiochi come patologia.

Nonostante i pareri discordanti di ISFE, UKIE ed ESA,il “ Gaming disorder” sarà inserito all’interno della nuova classificazione internazionale delle malattie ICD-11 che entreràin vigore dal 1 Gennaio 2022.

La decisione da parte dell’OMS è stata presa dopo l’attenta analisi di comportamenti ricorrenti o persistenti legati all’utilizzo ad oltranza di videogiochi e giochi digitali sia online che offline, stabilendo delle linee guida al fine di effettuare una rapida diagnosi della presenza di tale disturbo:

  • Mancanza di controllo sul gioco (il soggetto risulta incapace di gestire il tempo, l’intensità e la frequenza di gioco)
  • Il soggetto tende a dare priorità ai videogiochi, mettendo in secondo piano tutte le altre attività e impegni quotidiani.

I rapporti interpersonali e sociali del soggetto tendono a rovinarsi proporzionalmente al persistere del video-giocare, compromettendo la vita familiare e i suoi affetti personali.

Generalmente, per diagnosticare correttamente il disturbo del “gaming disorder”, occorre analizzare il comportamento del paziente per una durata di almeno 12 mesi, variabile a seconda della manifestazione più o meno precoce di tutti i sintomi sopraelencati.

Inoltre, l’OMS fa sapere che tale decisione è stata presa anche in base ai risultati della revisione di prove ed esami disponibili, seguendo il consenso di molto esperti.

Di conseguenza verranno avviati programmi di trattamento per le persone affette da questo disturbo egli stessi medici e professionisti presteranno una maggiore attenzione allo scopo di prevenire con maggior successo tale disturbo. Possibile che un divertimento possa poi sfociare in disturbo patologico? Le console ed il mondo dei videogiochi ha accompagnato tante persone in questi anni, sicuramente qualcuno ne ha abusato, ma in tanti hanno anche appreso attraverso questi canali non formali. Forse stiamo “coccolando” troppo questi nuovi ragazzi?

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Io, te e la dislessia

Mariarosaria Conte sceglie la forma del romanzo per raccontarci la storia struggente di una famiglia che all’improvviso si ritrova ad affrontare un percorso di crescita e di cambiamenti repentini per riuscire a superare le difficoltà – e la cruda realtà di esse – causate da una problematica che ancora oggi, ingiustamente, spinge le persone al pregiudizio del “diverso”.

Veronica, coprotagonista di questo libro – insieme a tutta la sua famiglia – fin dalla tenera età si dimostra una bambina sveglia, acuta, capace di fare cose che altri bambini suoi coetanei ancora non sono in grado di fare, è una bambina sensibile, intuitiva e attenta osservatrice di ciò che la circonda e ben presto si troverà ad affrontare, suo malgrado, l’ostacolo più grande della sua vita che l’accompagnerà per tutta la durata della sua avventura scolastica : la dislessia.

La bambina si rende ben conto di questa sua condizione, nonostante non riesca a capirne subito la causa, studia ogni sorta di tecnica per mascherare la sua sofferenza e le sue inquietudini, subendo critiche e continue vessazioni sia dalle compagne di scuola sia dalle sue maestre, che mal la giudicano pigra e svogliata e stupida, non rendendosi conto del disagio – sia fisico che psicologico – che lei sta sopportando.

Il suo isolamento spingerà inesorabilmente i suoi genitori, Daniela e Antonio, in una spirale di sentimenti contrastanti, accompagnati anche loro da dubbi e ansie giornaliere, costretti a organizzare la loro vita fra lavoro, visite specialistiche per Veronica e gli altri due figli.

Sarà proprio grazie all’amore che li lega, pur sentendosi inadeguati e incapaci di trovare una soluzione per aiutare la loro amata figlia, che sapranno trovare la forza di rimanere uniti e dare tutto il supporto necessario a Veronica affinché possa trovare il luogo adatto ad un apprendimento più agevole e sereno per lei, lontano dalla paura di essere considerata una bambina stupida e incapace di trovare la via giusta da seguire per crescere senza sentirsi diversa, data la sua condizione.

L’autrice non si limita a lasciare un “vademecum” di come comportarsi per aiutare un bambino dislessico: attraverso le vicende di Veronica e della sua famiglia vuole permettere ai lettori di vivere in prima persona le esperienze che queste persone stanno vivendo e sopratutto vuole lasciarci un messaggio che abbatte il concetto stesso di pregiudizio: un bambino dislessico è un bambino come tutti gli altri, ha solo bisogno di un maggiore supporto dalla propria famiglia e dalle persone che gli sono intorno per imparare e apprendere, sopratutto dalle maestre che sono considerate vere e proprie “maestre di vita” che guidano i piccoli che si accingono a muovere i primi passi nel mondo al di fuori della sicurezza del nido familiare.

Spicca la figura del fratellino di Veronica, Valerio, che per primo si accorge delle difficoltà della sorella maggiore e decide di aiutarla in tutto quello che fa, passando con lei la maggior parte del tempo, e sarà il punto di riferimento che permetterà a Veronica di sentirsi meno isolata e non stupida e svogliata come le “maestre cattive” e le sue compagne di scuola vogliono farle credere.

Allo stesso modo non mancano le “maestre buone”, Amalia e Rosa, che riusciranno a far risaltare le qualità della bambina, aiutandola ad avere più fiducia in se stessa, affezionandosi a lei e guidandola passo passo nei primi anni di scuola.

“Io, te e la dislessia” è un libro ricco di sentimenti, si riescono a cogliere fra le righe di questo racconto – narrato in terza persona dalla madre – le sofferenze, le ansie e le gioie delle conquiste ottenute, ci lascia col fiato sospeso per il continuo mutamento della situazione di questa famiglia che rispecchia l’immagine di tante altre che ancora oggi affrontano un problema che solo di recente è stato oggetto di norme e di leggi che potessero finalmente offrire un’assistenza adeguata a coloro che ne avevano più bisogno.

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Anche la notte ha i suoi colori

Un anziano medico pediatra, il dottor Giuseppe “Joseph” Martini, un allievo che intende seguirne le orme professionali, un pomeriggio di ricordi che scivola nella notte, un lungo flashback… questi gli ingredienti de Anche la notte ha i suoi colori.

Il volume narra le vicende di un “medico dei piccoli”, un pediatra, che deve misurarsi con le proprie insicurezze e con la complessità della realtà della malattia del corpo, ma soprattutto della psiche umana, aggravate dal fatto che avere di fronte gli occhi spauriti di un bambino fa vacillare anche la più temprata delle coscienze.

Ma lo scrittore emergente Giuseppe Ponzi intreccia a quella di Joseph la storia di Andrea, un bambino adottato: i traumi che ha subito sin da bambino, la difficoltà a fidarsi di altre persone, le uscite ed i rientri dall’istituto, il rapporto privilegiato costruito col dottor Martini, l’amore – irto di difficoltà quanto incondizionato – della famiglia adottiva…

La storia personale del protagonista si intreccia con quelle di altri medici, infermieri, pazienti, fra corsie, corse in ambulanza nella notte, vite che conoscono fin troppo bene la precarietà dell’esistenza stessa, e devono prendere decisioni nella maniera più rapida e lucida possibile, appigli umani profondamente umani in un contesto di sofferenza.

Un libro che alterna pagine di pathos estremo ad altre più lente, introspettive, meditate.

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