Nè io Nè Dio

Quello di Luca Riccò è un libro difficilmente inquadrabile in un unico genere letterario, muovendosi su più territori: romanzo, saggio filosofico, manuale di spiritualità sono solo alcune delle possibili categorie alle luce delle quali inquadrare l’opera, senza tuttavia riuscire mai a coglierne il senso più profondo, essendo esso trasversale e decisamente sui generis.

Leno, il protagonista di “Né io né Dio – Viaggio alla ricerca della verità tra Occidente e Oriente”, narra della propria infanzia, del proprio senso di inadeguatezza rispetto alla realtà sensibile, della conflittualità col padre e col fratello maggiore, del proprio tormentato rapporto con la religione (intesa nel senso più “ritualistico” del termine) in età adolescenziale e con la filosofia (vissuta come effimero appagamento dei bisogni della mente), del senso di disagio dinanzi alle convenzioni sociali (studiare, lavorare, metter su famiglia… ): tutti elementi che lo inducono ad avvicinarsi alla sensibilità orientale – indiana in particolare – e ad “ascoltare se stesso”, il proprio spirito, il proprio anelito alla “comunione” col tutto.

Luca Riccò – attraverso il protagonista, vero e proprio alter ego dell’ autore stesso – impara che “dimenticare” coincide con la vera (in quanto piena, totale) felicità: le malattie del corpo non sono altro che sintomi di uno spirito sofferente, laddove ci si sente costretti a vivere all’ interno di una società in cui si è “programmati” per «confermare, civilmente, la correttezza di un mondo che va a rotoli».

Leno è un “inadeguato”, un “irrequieto”, un “cercatore inesausto” che, dopo una fase di ideologismo politico, poi di isolamento quasi eremitico, “torna al mondo” ed abbraccia l’amore sensuale per una donna: ma è un amore effimero, troppo terreno e sensoriale per dare felicità duratura, dunque in breve sfiorisce.

La lettura di pratiche legate allo yoga kundalini fa sentire Leno meno solo nelle proprie esperienze, divenute extracorporee; ancor di più l’incontro con Mina – la donna che lo avvicina alla spiritualità dell’India e che si rivelerà compagna per la vita – imprime una decisa svolta all’intenso percorso di riscoperta e riappropriazione di sé del protagonista.

Ma trattasi di un iter, appunto: un viaggio che ha degli approdi temporanei e delle successive derive, e che solo nel finale – grazie alla figura di Biji, la sua guida spirituale indiana – mostra quel che pare essere la Verità: ciascuno è intrinsecamente legato alle proprie vite passate ed alle vite degli altri; ciascuno per trovarsi deve esser pronto ad abbracciare il primato dello Spirito sulla Mente (troppo subalterna, strumentale ed egotica per “liberare” da sola l’Uomo dalle proprie illusioni e seduzioni materiali); ciascuno deve naturalmente abbandonarsi – tramite la “dimenticanza” – al tutto universale.

Un libro che – soprattutto nella seconda parte, meno descrittiva e più intimistica – sa scardinare tutte le sovrastrutture di cui quotidianamente ci nutriamo, e che tuttavia servono soltanto a darci un illusorio ed estremamente fugace senso di “pace”, che l’attimo successivo ci lascia frustrati ed attoniti, e ancora, perennemente famelici.