Intervista a Simone Giraudi

Dopo aver letto e recensito “Nulla si distrugge”, l’autore Simone Giraudi ha risposto così alle nostre domande.

– Sei un giovane scrittore, questo ha influenzato la scelta del genere fantascientifico per il tuo romanzo? – Sinceramente non so quanto l’età anagrafica possa incidere sulla scelta del genere: la fantascienza, l’horror, il giallo, il fantasy li puoi amare a qualunque età con la stessa forza. Guardate George Miller. Credo però che l’essere giovane mi abbia influenzato nella scelta di come esprimere la mia storia… insomma, il mio è un racconto lungo, non un vero romanzo, perché sono convinto che per scrivere un romanzo serva una maturità interiore che io, ora come ora, non possiedo. E chissà se mai riuscirò a farlo. Per ora, fortunatamente, mi sta bene così.

– Nel tuo romanzo hai dato vita ad un connubio tra una materia tangibile,come quella del mondo elettronico e scientifico con quella alta dei sentimenti. Come mai? È una tua filosofia di pensiero? 

Nonostante la storia travagliata dietro “Nulla si distrugge” (partito come storia breve a fumetti, per poi approdare alla narrativa seguendo le mie paturnie), l’idea è sempre stata una soltanto: descrivere, allegoricamente, il cammino che permette all’essere umano di affrontare, combattere e superare un lutto personale. È qualcosa che ha caratterizzato la mia vita in modo assoluto negli ultimi 2/3 anni e che, anche se in modo diverso, ovviamente continuerà a farlo fino a quando sarà il mio, il lutto da superare; sembra una stupidaggine da dire, ma sentivo di doverlo scrivere. Per il mio bene. Catarsi personale. Se poi qualcuno riesce a trovarci qualcosa di utile per se stesso, ben venga, ma da quando “Nulla si distrugge” si è fatto scrivere sono sempre più convinto che avrei anche potuto non pubblicarlo mai.

– Quale messaggio vuoi trasmettere ai lettori?– Come ho detto prima, “Nulla si distrugge” è stato scritto prima di tutto per me. In ogni caso, gli eventuali lettori spererei che si rendessero conto di come non esista nulla di definitivo nelle nostre esistenze e che “CAMBIAMENTO” è l’unico concetto possibile, l’unica, vera, costante. Mi piacerebbe che un paio di loro smettessero di guardare e pensare costantemente in piccolo, uno dei Peccati Mortali dell’uomo moderno. Credo.

– Hai ottenuto tutte le soddisfazioni che speravi da questo libro?– Ne ho ottenute molte, questo è certo. Soprattutto considerando il libro un’autoproduzione di un qualunque signor nessuno con meno di un quarto di secolo di vita sul groppone. Di sicuro ho ottenuto la più importante: scriverlo.

 

– Oltre a scrivere cosa fai nella vita? Sembri avere molti progetti in attivo.– Lavoro da circa un annetto nella redazione di un giornale online della provincia di Cuneo, dove vivo e abito… un lavoro che mi permette prima di tutto di avere sempre a che fare con le parole, i testi, le storie. E poi una base economica di qualche tipo. Su questo giornale sono “ospite” anche di una rubrica già esistente, in cui settimanalmente unisco delle specie di recensioni di film o fumetti a fatti di cronaca locale o nazionale. Scrivo anche racconti brevi per il magazine autoprodotto “Eclisse”, che vi invito a cercare su Facebook e su internet in generale. Per il resto cerco di tenermi sempre attivo e impegnato: qualche sceneggiatura per cortometraggi, collaborazioni varie, progetti che puntano ad unire forme creative diverse… mi piace variare un po’, l’importante è che la cosa in sé mi interessi e che con me ci siano persone con cui penso di poter creare qualcosa di fico.

– Abbraccerai anche in futuro il genere fantascientifico o vorrai cambiare direzione del genere?

– I generi che più amo, e in cui più mi ritrovo, sono l’horror, la fantascienza e il fantasy. Credo graviterò attorno a queste tre realtà per tutta la vita, in un modo o nell’altro: il prossimo lavoro che ho in mente, tanto per dire, dovrebbe essere un fantasy… mentre “SeiOcchi”, il mio primo libro autoprodotto, è una raccolta di racconti horror.

– Cosa pensi del mondo degli ebook? Amazon o simili, ricompensano in maniera adeguata gli scrittori?– Penso che, in un mondo ideale, il compenso dovrebbe essere l’ultimo dei problemi di qualsiasi essere vivente. Pare chiaro, però, che così non sia… e a questo punto tocca capire una cosa: quel che conta davvero nel mondo è il battage pubblicitario. Punto. È l’unico discrimine, l’una conditio. E non sto dicendo che sia una cosa giusta o sbagliata… sto dicendo che è così: dal battage pubblicitario derivano (quasi automaticamente) le vendite del tuo libro, e quindi le tue entrate. L’unica realtà capace di darti un battage pubblicitario decente in un tempo non eterno, qui in Italia, è la casa editrice, la stessa che cestina centinaia di manoscritti al giorno perché non corrispondono ai gusti di un editor pagato e presumibilmente competente. Tempi duri, quindi. Per rispondere alla domanda: sì, penso che Amazon e simili ricompensino gli scrittori in maniera adeguata, e che soprattutto diano a chi ha davvero intenzione di fare qualcosa la possibilità di farla e farla per bene, ma chiunque si rivolga a questo tipo di realtà per pubblicare si levi dalla testa l’idea di viverci, della propria passione. La promozione del libro rimane nelle tue mani, nel bene e nel male. So che non è il pensiero più confortante per me e per chiunque voglia iniziare a fare quello che faccio io, ma senza il lavoro che mi occupa più di 7 ore per 5 giorni la settimana “Nulla si distrugge” non avrebbe mai visto la luce, e non so se le cose cambieranno mai. Io, comunque, la mia scelta l’ho presa. Insomma, che altro dovrei fare nella mia vita?