Intervista a Michele Protopapas

Dopo aver letto e recensito le due opere che ci ha spedito, abbiamo posto qualche domanda all’ autore di Incidenti di consapevolezzaSeventeen:

  • Michele, parlaci un po’ di come nascono i tuoi racconti?

I miei racconti nascono come sviluppo di una tesi che voglio dimostrare, come per un teorema preparo le premesse e le conclusioni, poi la storia si sviluppa seguendo il principio di massima aderenza alla logica della raccolta, ovvero alle regole alle quali ogni racconto della raccolta deve attenersi; in termini un po’ più scientifici mi piace dire che il plot si sviluppa secondo gradiente verso la conclusione già prestabilita. Magari non è un processo molto romantico, ma la mia è una formazione scientifica e anche nella scrittura applico le stesse metodologie alle quali sono stato addestrato.

  • In Seventeen orienti molto il tuo pensiero sulla visione religiosa e biblica che le persone hanno o credono di avere, come mai?

In Seventeen cerco di mostrare le fondamenta della società (o meglio delle società, in quanto ogni raggruppamento di persone genera una “società”: famiglia, gruppo di amici, colleghi al posto di lavoro, un clan malavitoso etc…) ripulendole dalle ipocrisie che le cementificano creando le istituzioni sociali. Grattando via tutte queste falsità restano solo gli individui che compiono le loro azioni spinti solamente dagli egoismi e da un bisogno primordiale a soddisfare i propri istinti, incuranti di qualsiasi altro loro simile. Ma poiché la società è qualcosa che viene dopo l’individuo (ciò che invece volevo analizzare), mi serviva un metro di paragone, qualcosa che potesse separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato (secondo la mia visione non si può dire se qualcosa è giusto o sbagliato se prima non si definisce cosa è “giusto” e cosa è “sbagliato”). Ecco che la religione mi ha permesso di poter far riferimento a dei capisaldi: questo è giusto e questo no. Come degli assiomi della matematica i comandamenti e i peccati capitali erano ciò con cui i personaggi dovevano confrontarsi e dove potevano mostrare tutte le loro bassezze nel cercare di capovolgerne il significato e creare le loro “società” basandosi sull’ ipocrisia delle loro libere reinterpretazioni dei comandamenti e delle giustificazioni dei vizi capitali.

  • Nell’altra raccolta di racconti “Incidenti di consapevolezza” si notano, con piacere, note riflessive con qualche spunto filosofico, parlaci un po’ del messaggio che vuoi trasmettere.

In “Incidenti” in realtà voglio soprattutto creare spunti di riflessioni e non voglio trasmettere alcun messaggio particolare se non quello di non accettare la realtà per ciò che siamo abituati a vedere. Dietro c’è molto, molto di più. Non dobbiamo fare la fine del tacchino induttivista di Russel (aneddoto secondo il quale un tacchino basandosi sulla propria esperienza postula la seguente teoria: “il contadino è buono perché ogni mattino mi porta il grano da mangiare”; sembra tutto funzionare sino al giorno di Natale quando il contadino, invece, gli tira il collo) e credere che la nostra scienza spieghi tutto. Se la gente comune sapesse su che fragili basi si fondano le nostre migliori teorie scientifiche non direbbe mai frasi come “credo in ciò che può spiegare la scienza”. Con ciò non voglio neanche diffamare la scienza e le sue scoperte, ma definirle per ciò che sono: tentativi di spiegare tramite modelli (interpretazioni che portano a predizioni vere pur non dovendo essere necessariamente veri per loro natura) ciò che la nostra limitatissima percezione riesce a osservare.

  • Diventare consapevoli della propria esistenza umana e della natura umana (non sempre corretta) in momenti cruciali della vita. Come mai sono avvenimenti sempre poco felici a scatenare questo meccanismo secondo il tuo pensiero?

L’esperienza mi ha insegnato che quando un individuo è felice non perde tempo a porsi domande esistenziali: la felicità crea uno stato di ebbrezza simile a quello dell’alcol e tale stato offusca la lucidità dei pensieri. Meglio essere felici che consapevoli è ovvio, anche perché la cognizione non potrà mai essere completa e si potranno avere solo degli squarci di consapevolezza, delle intuizioni, ma la verità profonda resterà sempre avvolta da una fitta nebbia di indecifrabilità: come abbiamo già visto le nostre stesse scienze non dispongono ancora degli strumenti per rispondere alle più antiche domande dell’uomo. Proprio questo pensiero è alla base della prima parte di “Incidenti di consapevolezza”.

  • Ti definisci “un credente”?

Nel senso letterale della parola credente è colui che crede, ma di natura credo poco: non credo alle scienze (non che non funzionino nelle loro predizioni, ma nella loro intrinseca verità), non credo (anche se le rispetto) alle regole sociali, basate più sull’ipocrisia che su altro, non credo neanche in ciò che vedo perché sono consapevole della limitatezza delle mie percezioni e di tanto in tanto mi viene la tentazione di cadere nel solipsismo (ipotesi per la quale la realtà è solamente nella mente dell’individuo pensante). Penso però che la domanda si riferisca alla religione. In tal senso, proprio perché non credo in molto di ciò che è tangibile devo credere che ragionevolmente esista qualcosa al di fuori di tutto ciò, qualcosa di più grande e potente, inoltre, ma non voglio dilungarmi, ho anche le mie ragioni (basate su ragionamenti logico-filosofici) per credere in una sua volontarietà, quindi sì, credo in Dio.

  • Possiamo definire i protagonisti delle tue storie degli “antieroi?”

I personaggi di “Seventeen” sono quasi tutti degli antieroi, nessuno di loro è un “giusto” e sono mossi solamente dai loro egoismi. In essi possono però casualmente nascere momenti in cui tentano atti eroici (o giusti, che nel mio libro sono sinonimi), ma ciò non porterà mai a un successo: nulla cambierà e se non saranno uccisi a causa di quel gesto, come accade don Diego e Carmine Bellura nel quarto e quinto racconto, verranno ripetutamente traditi e derisi, cosa che accade a Mauro nel sesto racconto e a Calogero Bellanima nell’ultimo.

I personaggi di “Incidenti”, viceversa, sono semplicemente dei protagonisti di storie più grandi di loro, direi che in ciò sono quasi pirandelliani (non a caso uno degli autori su cui mi sono formato). Nessuna loro azione può competere con le forze che si muovono all’esterno di essi, possono rendersene conto, averne una percezione, ma le loro azioni sono ininfluenti. Il piccolo spermatozoo del sesto racconto dopo lunghe riflessioni potrà decidere di fermare se stesso, ma non potrà mai arrestare l’orda dei suoi simili che lo segue. Non sono né eroi, né antieroi: nullità in uno strano indecifrabile universo.

  • Attualmente i tuoi lavori come procedono? Hai riscontrato il successo che ti auspicavi?

Sono una persona pragmatica e soprattutto queste due pubblicazioni non sono i miei primi lavori (nel 2013 è stata pubblicato la raccolta di racconti horror-filosofici “I racconti del Behcet”), quindi sapevo cosa aspettarmi. Cerco di pubblicizzare come posso i miei lavori, tra settembre e dicembre dovrebbero svolgersi delle presentazioni, ma non credo che si arriverà a parlare di grandi numeri per quanto riguarda le vendite. Sono comunque soddisfatto delle critiche che stanno ricevendo dagli addetti ai lavori: fa piacere ricevere nelle recensioni qualche stellina in più rispetto ad autori blasonati sospinti da grandi case editrici.

  • Hai trovato benefici con il formato ebook?

I miei libri non sono presenti in formato e-book. In tale formato sono stati pubblicati dei miei racconti all’interno di antologie con altri autori, ma personalmente sono troppo legato alla carta: non ho mai letto un e-book.

  • Nella vita sei ingegnere, quanto tempo hai impiegato a scrivere ciascun libro?

Come dice giustamente, la mia professione non è quella dello scrittore né credo lo sarà mai e non per mancanza di passione, ma per il mio solito pragmatismo che mi ha sin da subito fatto capire che in Italia in pochissimi (forse) riescono a vivere scrivendo libri e questi hanno alle spalle grandi case editrici che li sostengono e spingono. Detto ciò scrivo quando non lavoro e dunque il mio ritmo è alquanto lento: circa due anni per ogni libro. Se l’ispirazione viene in un periodo di grande carico di lavoro prendo appunti e rinvio la stesura a momenti più propizi, magari lasciando maturare la storia nella mia mente sino al momento in cui la digiterò sulla pagina di Microsoft Word®.

Mi piacerebbe concludere questa intervista in modo atipico, facendo io alla mia intervistatrice una domanda, sempre che lei accetti di rispondere. Lo sguardo di uno scrittore verso la propria opera è troppo polarizzato e spesso auto-accondiscendente,  diverso è quello che può avere un lettore, quindi, al fine di esibire entrambe le prospettive vorrei chiederle: da lettrice ha apprezzato “Seventeen” e “Incidenti di consapevolezza”? In caso affermativo, perché una persona dovrebbe perdere il proprio tempo (sì, sono consapevole che in Italia molti considerano la lettura una perdita di tempo) per leggerli?

Sarò felice di rispondere, e anzi, forse ho sempre sperato che qualcuno mi ponesse questa domanda. Incidenti di consapevolezza e Seventeen sono sicuramente dei testi “diversi” da quelli che ci sono stati sottoposti finora, e ne ho apprezzato il cambio di prospettiva che mi ha proposto sul modo di vedere le cose.

Sono una persona curiosa per natura e mi piace attingere conoscenze da ogni tipo di fonte, e questo potrebbe già bastare ad argomentare la mia risposta. Tra le pagine di questi due libri ho scoperto un mondo fatto di persone comuni, le cosiddette “brave persone”, che però nascondono tanta meschinità quanto quelle che commettono le loro bassezze alla luce del sole. Cose che ad un occhio poco attento e non abituato a riflettere su determinate azioni sono sempre sfuggite. Mi è piaciuta molto la prospettiva diversa dell’analisi dei personaggi e delle loro storie, proprio perchè mi ha indotto a guardare le persone in modo diverso, più approfondito.

Grazie mille agli amici di ChanceInComune per l’intervista.