La ragazza oltre il mare

L’amore , quello vero, che non lascia respiro e che spinge a pensare insistentemente alla persona che lo fa ardere dentro di noi, che consuma l’anima giorno dopo giorno, che ci fa sentire vivi.
L’amore che ferisce, che strappa il velo posto su quella verità nascosta che non si è pronti ad accettare, nascondendoci dentro di noi, nel nostro mondo o, per citare l’autore del libro, nel nostro acquario stagnante che ci fa sentire sicuri, protetti, nonostante possa creparsi e sgretolarsi alla stessa velocità di un battito di cuore.
Ne “La ragazza oltre il mare”, il protagonista – che scopriamo essere lo stesso autore essendo il libro un diario autobiografico – dopo aver osservato il tramonto e il mare – i suoi “compagni di vita” li chiama, che gli permettono di perdersi nella sua immaginazione dove si sente sicuro e protetto – incontra una ragazza della quale si innamora perdutamente e con lei, diventando la sua musa e la sua fonte di ispirazione, inizia a vivere una storia d’amore fatta di poesia e passione, che lo turba ogni giorno e che lo fa sentire vivo come non lo fosse mai stato.
Presto si rende conto però che quell’amore, per lui linfa vitale non soggetto a nessuna scadenza programmata, è destinato a finire quando la ragazza deve partire, tornare alla sua vita.
Da quel momento il protagonista si strugge per lei, la ricorda in tutti i suoi scritti, le dedica poesie, prova la nostalgia di quell’amore che gli ha donato una nuova vita, tirandolo fuori dal suo castello immaginario dove lui si è sempre rifugiato, dal suo “acquario” pieno di crepe che si è frantumato e che adesso, deluso e amareggiato dalla grande delusione, deve ricostruire un pezzo alla volta per proteggersi da quella grande sofferenza.
Questo è uno dei punti chiave del libro, il contrasto fra l’amore, quello vero, che ci dà aspettative e ci fa sognare e ci spinge a cercare di costruire qualcosa di importante con una persona e l’amore vissuto come un sentimento più leggero, qualcosa di più superficiale che sappiamo già finirà prima del previsto, come se fosse programmato.
È un libro che riesce a toccare nel profondo la nostra anima e il nostro cuore, chi ha vissuto un’esperienza amorosa importante nella propria vita può immedesimarsi nel protagonista che non riesce a dimenticare il suo passato, nonostante sia consapevole che non potrà riavere indietro né ricevere a sua volta quello che ha dato ad una persona che si è amata.

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Io, te e la dislessia

Mariarosaria Conte sceglie la forma del romanzo per raccontarci la storia struggente di una famiglia che all’improvviso si ritrova ad affrontare un percorso di crescita e di cambiamenti repentini per riuscire a superare le difficoltà – e la cruda realtà di esse – causate da una problematica che ancora oggi, ingiustamente, spinge le persone al pregiudizio del “diverso”.

Veronica, coprotagonista di questo libro – insieme a tutta la sua famiglia – fin dalla tenera età si dimostra una bambina sveglia, acuta, capace di fare cose che altri bambini suoi coetanei ancora non sono in grado di fare, è una bambina sensibile, intuitiva e attenta osservatrice di ciò che la circonda e ben presto si troverà ad affrontare, suo malgrado, l’ostacolo più grande della sua vita che l’accompagnerà per tutta la durata della sua avventura scolastica : la dislessia.

La bambina si rende ben conto di questa sua condizione, nonostante non riesca a capirne subito la causa, studia ogni sorta di tecnica per mascherare la sua sofferenza e le sue inquietudini, subendo critiche e continue vessazioni sia dalle compagne di scuola sia dalle sue maestre, che mal la giudicano pigra e svogliata e stupida, non rendendosi conto del disagio – sia fisico che psicologico – che lei sta sopportando.

Il suo isolamento spingerà inesorabilmente i suoi genitori, Daniela e Antonio, in una spirale di sentimenti contrastanti, accompagnati anche loro da dubbi e ansie giornaliere, costretti a organizzare la loro vita fra lavoro, visite specialistiche per Veronica e gli altri due figli.

Sarà proprio grazie all’amore che li lega, pur sentendosi inadeguati e incapaci di trovare una soluzione per aiutare la loro amata figlia, che sapranno trovare la forza di rimanere uniti e dare tutto il supporto necessario a Veronica affinché possa trovare il luogo adatto ad un apprendimento più agevole e sereno per lei, lontano dalla paura di essere considerata una bambina stupida e incapace di trovare la via giusta da seguire per crescere senza sentirsi diversa, data la sua condizione.

L’autrice non si limita a lasciare un “vademecum” di come comportarsi per aiutare un bambino dislessico: attraverso le vicende di Veronica e della sua famiglia vuole permettere ai lettori di vivere in prima persona le esperienze che queste persone stanno vivendo e sopratutto vuole lasciarci un messaggio che abbatte il concetto stesso di pregiudizio: un bambino dislessico è un bambino come tutti gli altri, ha solo bisogno di un maggiore supporto dalla propria famiglia e dalle persone che gli sono intorno per imparare e apprendere, sopratutto dalle maestre che sono considerate vere e proprie “maestre di vita” che guidano i piccoli che si accingono a muovere i primi passi nel mondo al di fuori della sicurezza del nido familiare.

Spicca la figura del fratellino di Veronica, Valerio, che per primo si accorge delle difficoltà della sorella maggiore e decide di aiutarla in tutto quello che fa, passando con lei la maggior parte del tempo, e sarà il punto di riferimento che permetterà a Veronica di sentirsi meno isolata e non stupida e svogliata come le “maestre cattive” e le sue compagne di scuola vogliono farle credere.

Allo stesso modo non mancano le “maestre buone”, Amalia e Rosa, che riusciranno a far risaltare le qualità della bambina, aiutandola ad avere più fiducia in se stessa, affezionandosi a lei e guidandola passo passo nei primi anni di scuola.

“Io, te e la dislessia” è un libro ricco di sentimenti, si riescono a cogliere fra le righe di questo racconto – narrato in terza persona dalla madre – le sofferenze, le ansie e le gioie delle conquiste ottenute, ci lascia col fiato sospeso per il continuo mutamento della situazione di questa famiglia che rispecchia l’immagine di tante altre che ancora oggi affrontano un problema che solo di recente è stato oggetto di norme e di leggi che potessero finalmente offrire un’assistenza adeguata a coloro che ne avevano più bisogno.

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Anche la notte ha i suoi colori

Un anziano medico pediatra, il dottor Giuseppe “Joseph” Martini, un allievo che intende seguirne le orme professionali, un pomeriggio di ricordi che scivola nella notte, un lungo flashback… questi gli ingredienti de Anche la notte ha i suoi colori.

Il volume narra le vicende di un “medico dei piccoli”, un pediatra, che deve misurarsi con le proprie insicurezze e con la complessità della realtà della malattia del corpo, ma soprattutto della psiche umana, aggravate dal fatto che avere di fronte gli occhi spauriti di un bambino fa vacillare anche la più temprata delle coscienze.

Ma lo scrittore emergente Giuseppe Ponzi intreccia a quella di Joseph la storia di Andrea, un bambino adottato: i traumi che ha subito sin da bambino, la difficoltà a fidarsi di altre persone, le uscite ed i rientri dall’istituto, il rapporto privilegiato costruito col dottor Martini, l’amore – irto di difficoltà quanto incondizionato – della famiglia adottiva…

La storia personale del protagonista si intreccia con quelle di altri medici, infermieri, pazienti, fra corsie, corse in ambulanza nella notte, vite che conoscono fin troppo bene la precarietà dell’esistenza stessa, e devono prendere decisioni nella maniera più rapida e lucida possibile, appigli umani profondamente umani in un contesto di sofferenza.

Un libro che alterna pagine di pathos estremo ad altre più lente, introspettive, meditate.

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