Radici di infanzia, ali di vita

C’è una generazione, quella cresciuta a cavallo degli anni ’80 -‘ 90, che può vantarsi di aver accumulato un bagaglio di esperienze tali da determinarne perfino la personalità nell’età adulta. L’autrice Mirca Ferri descrive un’infanzia spensierata, la sua e del suo gruppo di amici, di un’intensità e di una bellezza al giorno d’oggi rari, trascorrendo gran parte della propria vita nell’allevamento di famiglia, tra animali e verdeggianti colline, tra passeggiate, marachelle, misteri ed imprese coraggiose.
Profonde sono le sue radici in un mondo rustico, ma ricco di valori, come il legame con la natura e l’unità familiare.
Molto appassionato è il sentimento, a tratti molto delicato, con cui descrive quegli anni, e di come continua a trarne insegnamento nonostante viva ormai una vita diversa.
Il tutto, accompagnato da una prosa impeccabile, altamente evocativa e mai prolissa, rende il romanzo un piacevolissimo amarcord, da gustare fino all’ultima pagina.

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Meravigliose avventure di un’insegnate precaria

Quello imbastito da Anna Maria Arvia è un romanzo aneddotico, una sorta di diario puntuale ed emotivamente pregnante, chiaramente autobiografico, volto a narrare l’esperienza dell’autrice nel suo esordio da docente nella scuola pubblica.

“Le meravigliose avventure di un’insegnante precaria” sin dal titolo sottolinea in chiave ironica (ma è ovviamente ironia amara, persino caustica, talora) le innumerevoli peripezie nelle quali si imbatte chiunque voglia intraprendere l’ostico cammino – che oggi somiglia piuttosto ad una via crucis – dell’insegnamento negli istituti pubblici.

Ciò che spicca, volendo tentare di cogliere dei punti fermi e costanti nella variegata esperienza narrata, è innanzitutto la delegittimazione del ruolo del docente, causata da improvvide dichiarazioni di ministri che poco o nulla conoscono delle realtà che tentano di gestire, e l’azione socialmente dirompente dei social media; di qui, effetti a cascata: mancanza di organizzazione, precarizzazione del lavoro, sopperimento con risorse personali a inadeguatezze del sistema, ipercriticità dei genitori, ipertrofia delle istanze ai diritti degli alunni a scapito di quelle relative ai doveri.

E’ un quadro disastrato, quello che – realisticamente ed impietosamente – emerge dalle pagine di Anna Maria Arvia, a cominciare dalla famigerata SSIS, la scuola di specializzazione per conseguire l’abilitazione all’insegnamento: troppa teoria, affidata ai professoroni di turno, che non trova sponda in ragazzi – non di rado problematici psicologicamente, prima che cognitivamente – espressione di una società in perenne cambiamento.

A voler cambiare punto di vista, quello dell’autrice è un vero e proprio vademecum, utile agli aspiranti insegnanti per prendere coscienza dell’inferno che li aspetta prima di coronare quello che – per molti – è tuttora un sogno: “ascendere” ad una cattedra da insegnante di ruolo.

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Erano Knochensturme

Capita raramente di leggere libri che tengano incollati dalla prima all’ultima pagina, pur se trattasi di opere voluminose, per di più a carattere storico: Emilia Anzanello, nel suo Erano Knochensturme, riesce a catalizzare l’attenzione del lettore riga dopo riga, grazie ad una prosa leggera e mai ridondante, in grado di vivificare un intreccio variegato e a dir poco appassionante, alla luce di conoscenze storiche sì puntuali da apparire persino puntigliose.

Il romanzo è ambientato nell’arco temporale che va dall’estate del 1943 ai primissimi anni ’50 del ‘900, e consente al lettore di gustare le vicende dei protagonisti travolti da una Storia più grande di loro: Wilhelm Tanne (tenente del corpo scelto delle SS, elitario rispetto alla Whermacht, l’esercito tedesco) e MariaAnna Mayr, maestra trevigiana di padre austriaco, consolidano il loro rapporto proprio nei giorni in cui l’Italia è devastata dalle infauste conseguenze legate alla caduta del Fascismo ed al caos che ne deriva.

Wilhelm fa parte della 3a PanzerDivision Totenkopf, soprannominata «Knochensturme» («tempesta di ossa», oppure «tempesta di scheletri»): trattasi di SS mandate sovente in prima linea (una sorta di “arditi” teutonici), per tentare di ribaltare battaglie dagli esiti apparentemente disperati, ben sapendo che i Totankopf, anche a costo di innumerevoli perdite, non indietreggiano mai, compiendo atti di vero e proprio, disperato e totale eroismo.

Quando scoppia l’amore passionale (che in breve dispiegherà anche tutta la potenza del sentimento, in un indissolubile connubio fra sesso e affettività) fra il tenebroso tenente SS e la bella maestra italiana, entrambi sono costretti a fare i conti con le incognite, le difficoltà, le ambiguità del periodo: purtuttavia, l’uno sceglie di legare indissolubilmente la propria esistenza all’altro, a qualsiasi prezzo, in spregio, consapevole e volitivo, delle conseguenze.

Wilhelm, nel cui passato c’è una macchia indegna di un uomo prima che di un soldato, resta fedele all’idea nazionalsocialista ed al suo Führer sino all’ultimo, e MariaAnna sposa convintamente la causa di lui, perché amore onore e lealtà non sono mercanteggiabili, e sovrastano ogni convenienza, reticenza o debolezza personale; così come rendono sopportabili i patimenti, gli scontri familiari, l’esito ormai disperato (e disperante) della guerra del Reich, gli stenti e le vessazioni della prigionia, le discriminazioni e le persecuzioni in tempo di pace.

Emilia Anzanello – oltre a scrivere in maniera davvero incantevole anche in presenza di argomenti scottanti e controversi – ha, su tutti, l’indubbio merito di “togliere il velo” a tanta parte di una storia “scomoda”, che vede gran parte degli Alleati comportarsi – a guerra conclusa – proprio nel modo esecrabile imputato (giustamente) alla Germania nazista.

Tanto che, terminata la lettura, viene spontaneo chiedersi (ed è forse questa la motivazione più profonda della scrittrice), ed è come un tarlo che tormenta l’animo del lettore: quanta parte dei crimini perpetrati dai vincitori a scapito dei vinti, ancor oggi, è concesso conoscere?

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