Nibiru

“Nibiru”, opera scritta da Karl Tenbro, è di sicuro un libro non convenzionale, una rappresentazione surreale della quotidianità di una persona qualunque che vede la propria vita sgretolarsi giorno dopo giorno, incapace di reagire.
Il protagonista di questa storia, del quale non viene rivelato il nome, è un uomo in preda ad una crisi esistenziale che lo porta inesorabilmente ad impazzire lentamente, divenendo sempre più folle, quasi ai limiti dell’assurdo, un assurdo che si manifesta attraverso visioni orrorifiche e sogni terribili che lo perseguitano ogni notte, tanto da spingerlo a desiderare di non dormire più per la paura di esserne inghiottito irrimediabilmente.
Inevitabile l’isolamento di questo individuo dal resto della società e in preda al bisogno di alcool per dimenticare gli atti terribili che lui stesso ammette di aver fatto – o forse no? – si abbandona a se stesso per vivere una vita vuota senza esistenza, ignorato da tutto e da tutti, quasi a voler rappresentare il manifesto di una società malata e meschina che rigetta le persone squilibrate come lui, restia dal voler fare qualcosa per aiutarle e risolvere i loro problemi più intimi.
Non possiamo non notare quanto sia caotico il testo di questo libro, tra pagine a rovescio, continui e ripetuti punti di domanda senza risposta, in un lungo monologo a tratti filosofici – il nichilismo qui è molto evidente – in quello che potrebbe mostrarsi come un singolo atto di una rappresentazione teatrale della vita di questo personaggio che tutto è tranne che normale.
L’assenza di questa normalità potrebbe turbare i lettori più sensibili ma è proprio questo uno degli elementi che ci dimostra con quanta maestria sia stato scritto questo libro: tutti sono spettatori ma chiunque può tentare di comprendere il protagonista, così vicino a noi che è possibile sentire le sue sensazioni sulla nostra pelle.
Nonostante la volgarità del linguaggio usato presente in tutto il corpo del testo, questo libro mette a nudo tutti gli aspetti di quel livello estremo di follia a cui non tutti sono abituati ad assistere, senza troppi scandali e senza giri di parole, nella sua più autentica genuinità.

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Sopravvissuti

Mirca Ferri, nei suoi precedenti lavori (“Radici d’infanzia, ali di vita”, “Lati scaleni”, “Direzione Ipotenusa Volume II”) ci ha abituati ad una narrazione estremamente introspettiva, tanto in volumi dalla caratura autobiografica, quanto in altri decisamente più fantasiosi.

Stavolta la scrittrice – valente anche in quanto a versatilità artistica, evidentemente – si cimenta in uno stile estremamente diverso: più asciutto, meno barocco, persino a volte tagliente e caustico. 

Questa la forma che confeziona la raccolta di racconti dal titolo Sopravvissuti.

Se, da un lato, la scelta di un linguaggio più scarno può sembrare penalizzante ai fini della connotazione psicologica dei personaggi, dall’altro la sequenza dei fatti che si succedono in maniera quasi “neutra” sollecita enormemente la fantasia del lettore, il quale può così spaziare nel costruire scenari che dai fatti prendono spunto per poi schiudersi a seconda della sua sensibilità.

Un migrante in cerca di riscatto, una partigiana orfana e fuggitiva, una vietnamita sedotta dal nemico, un’anoressica “da network”, una prostituta innamorata dell’alba, e soprattutto una ragazza spettatrice della strage alla Stazione di Bologna del 1980: quasi tutte vicende di donne raccontate con invidiabile precisione storica, lasciando al contempo ampio spazio alla verve immaginativa del lettore.

Storie nella Storia: questo è in estrema sintesi “Sopravvissuti” di Mirca Ferri.

Forse la prova che meglio esplora le doti narrative di Mirca Ferri, attraverso righe in cui l’allusione, l’accenno, la sospensione la fanno da padrone, conferendo allo scritto sfumature estremamente poetiche e sognanti.

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Tutto è scritto

  • “Tutto è scritto” è un romanzo scritto da Simone Ruggerini ed è un’opera che nella sua totalità mette a nudo le molteplici sfaccettature che caratterizzano l’essere umano: emozioni, sentimenti, la voglia di proteggere i propri legami – sia essi famigliari che amorosi – lo spirito di sacrificio nell’affrontare le difficoltà della vita; ma anche la parte violenta e crudele dell’uomo, quella parte oscura, latente e inconfessabile che ogni individuo nasconde nelle zone più intime e profonde dell’anima, che spinge ad odiare, a provare invidia e a compiere gesti folli e sconsiderati al limite del verosimile.
    Non c’è un protagonista assoluto in questa storia, tutti i personaggi vivono le proprie vicende ignari che qualcosa di terribile e immondo incombe su di loro e il susseguirsi di una catena di eventi tragici li porterà a mettere in discussione l’essenza stessa della vita che stanno vivendo e presto o tardi si renderanno conto di avere a che fare con qualcosa molto più grande di loro che li legherà loro malgrado allo stesso destino.
    Spiccano le figure di Francesco, Matteo e Valentina, tre ragazzi tutti diversi fra loro in procinto di cominciare la vita universitaria, ognuno con le proprie ambizioni e speranze per il futuro e che all’interno del romanzo rappresentano l’emblema dell’amicizia, quella vera e indissolubile che riesce a dare forza anche quando gli ostacoli e sembrano impossibili da superare: fra i tre si creerà un bellissimo rapporto che col passare del tempo diventerà un vero e proprio rifugio in cui ripararsi.
    Proprio fra Matteo e Valentina tuttavia si crea un legame che li legherà ancor di più, facendo evolvere quella che dovrebbe rimanere una cara amicizia in qualcosa di ancora più speciale e unico, un vero e proprio sentimento d’amore che permette ai due ragazzi di sostenersi a vicenda, finendo per isolare dal trio Francesco che in cuor suo prova per la prima volta invidia e gelosia del suo amico, sentimenti che lui per tutto il tempo, finché potrà, soffocherà tanto è il bene che prova per i suoi due amici. Potrebbe sembrare il classico triangolo amoroso ma in realtà il conflitto che Francesco avrà con se stesso e i suoi amici è qualcosa di molto più profondo e terribile di quanto si possa immaginare.
    Il capitano Giorgio Dotti è forse uno dei personaggi che dimostra molto più rispetto agli altri l’impatto psicologico che un individuo ha nel conoscere una Verità troppo assurda da accettare, non si può non notare quanto sia devastante il suo cambiamento da uomo duro, imperturbabile e fiero, degno della posizione che ricopre a quello di un uomo che è così fragile tanto da scappare dal mondo che lo circonda, nel rifugiarsi a casa sua nell’ambiente familiare, quasi come se stesse vivendo un sogno.
    Poi c’è Alfredo, colui che incarna per primo il Male vero e proprio. Quest’uomo si presenta come uno squilibrato mentale, nessuno si accorge di lui e del suo isolamento e nessuno sa che Alfredo è perseguitato, quasi posseduto, da una voce che lo istiga alla ricerca continua di un modo per soddisfare “l’impellenza” che urge nel suo corpo fino al compimento di un atto terribile, uccidendo una povera ragazza innocente.
    Questo personaggio è un punto chiave di tutta la storia, sarà il suo coinvolgimento nelle vite di tutti gli “attori” di questo racconto che getterà le basi per lo sconvolgimento della loro esistenza, come ad esempio Laura e Paolo, i genitori di Francesco, una coppia che si ama che vedrà tuttavia la loro vita sgretolarsi.
    “L’impellenza” è descritta sapientemente dall’autore come una sorta di tentazione, quasi come se a parlare fosse il diavolo in persona, infetta i più deboli e li spinge a commettere atti peccaminosi, ad uccidere e a soddisfare il bisogno sessuale quasi ad un livello animalesco; anche il linguaggio in questo senso è molto crudo e descrittivo, a tratti così volgare che potrebbe portare disagio ai lettori più sensibili ma nel contesto è una scelta vincente, sembra quasi di poter toccare con mano le sensazioni che la lettura di queste pagine regala al pubblico.
    Non manca la suspense, l’autore racconta la storia di ogni personaggio parallelamente a tutte le altre, invogliando il lettore a voler leggere sempre di più per proseguire nella storia senza perdersi nulla di tutto ciò che accade ed è proprio grazie a questa tecnica che si riesce a cogliere il collegamento cruciale fra i personaggi, quel filo invisibile avvolto intorno le loro vite come se si muovessero all’unisono, come se il loro destino fosse già stato deciso da qualcuno più in alto di loro e che fosse, appunto, già “tutto scritto”.
    A questo proposito sono proprio le figure di Natalia e Samuele a rappresentare una sorta di contrasto con tutto quello che sta succedendo, una coppia di giornalisti che tenta il tutto e per tutto di dare una spiegazione logica e razionale alle vicende su cui indagano: rappresentano a pieno la battaglia continua fra logica e illogicità, tra follia e ragione, uno scontro fra due elementi che in questo romanzo è sempre costante.
    Ultima ma non ultima Caterina, sorella di Alfredo, combatte anche lei a suo modo per scoprire la verità, forte della fiducia che lei riponeva nel fratello, non disposta a credere che proprio il suo Alfredo si è macchiato di tali crimini: la sua dolcezza stona con la crudeltà e la violenza di cui il libro è intriso ma è proprio grazie a questa sua particolarità che colpisce nel segno, donando una ventata d’aria fresca che alleggerisce il peso psicologico a cui il lettore potrebbe sentirsi sottoposto.
    È un romanzo che lascia col fiato sospeso, il lettore può sentirsi sia parte del racconto, in quanto i personaggi sono persone comuni come noi, che provano gli stessi sentimenti, le stesse paure e dubbi sia un semplice spettatore quando si ha l’impressione che ci sia un burattinaio a muovere i fili della storia ed è qui che ci si pone un quesito irrisolvibile: è davvero già tutto scritto o ognuno è padrone del proprio destino?
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